Domenica, 05 Luglio 2020

    Casa Merini: a Grottaglie il caffè letterario del poeta-operaio

    By Alessandra Macchitella Novembre 13, 2019

    “Auguro a tutti un briciolo di follia”. In quel di Grottaglie le parole di Alda Merini accolgono all’ingresso del Caffè letterario a lei intitolato. Tra libri nuovi e usati, macchine per scrivere, vinili, oggetti d’arte e di fantasia, basta poco per comprendere che qui le parole significano davvero, così anche la citazione della poetessa diventa sottolineatura della storia di rinascita di Vincenzo De Marco, conosciuto da tutti come il “poeta operaio”.

    Vincenzo, barba, cappello e libro, è diventato nel tempo uno dei simboli della lotta all’inquinamento che attanaglia la città dei Due mari e la sua provincia. Lui, che in quel colosso industriale ha lavorato per anni, soffrendo le ciminiere dall’interno e dall’esterno, diviso tra l’amore per i suoi colleghi e gli scontri con chi non ha voluto vedere, che ha riversato versi di rabbia e di amore nei suoi libri, fino a ribellarsi, proprio lì, dentro il “Mostro”, come lui chiama il colosso siderurgico.

    Ha 43 anni Vincenzo, quasi metà passati nella fabbrica: ha manifestato, scritto, fatto sentire la sua voce. Fino ad arrivare a lasciare l’ex Ilva e a dare vita nella sua Grottaglie a un caffè letterario, una protesta continua e gentile. “Casa Merini”, via delle Torri numero 4 A, alle porte del Quartiere delle Ceramiche e del castello Episcopio, è dove tutto inizia, di nuovo.


    Una storia di rinascita basata su cultura e sogni: dal “mostro” industriale al caffè letterario. Raccontaci di questa tua nuova avventura.

    “Ho deciso di lasciare la fabbrica e di intraprendere una nuova avventura: un caffè letterario a Grottaglie. Ho investito sul territorio soprattutto per i ragazzi. Il caffè è una agora artistica e culturale dove ci sono presentazioni di libri, attività di libreria, laboratori di scrittura creativa, di ceramica, monologhi teatrali, piccoli concerti e non solo: ognuno ha la possibilità di esporre e far conoscere la propria arte. Dal 16 al 18 novembre, ad esempio, ospiteremo la personale fotografica di un ragazzo grottagliese di 19 anni. I giovani devono avere spazi per esprimersi e nel nostro territorio ce ne sono pochi. Da tanti anni stiamo manifestando per il futuro dei nostri ragazzi, per questo ho aperto un luogo che possa essere casa loro. Il caffè è aperto da circa due mesi e il pomeriggio per gli studenti è diventato un’aula studio dove leggere e ascoltare musica. Si è creato un grande passaparola, anche i genitori ci ringraziano perché sanno dove sono i loro figli”.

    Quali sono i tuoi progetti futuri?

    “Tanti laboratori e presentazioni, avremo con noi anche Emanuela, la figlia di Alda Merini, per parlare degli anni tarantini della poetessa. Sto anche pensando di dedicare la seconda sala di Casa Merini ad Alessandro Leogrande”.

     
    Parliamo del tuo vecchio lavoro: una cosa che sei contento di non dover rivedere ogni mattina.

    “Ogni giorno percorrendo la superstrada Grottaglie-Taranto vedevo una cappa enorme che partiva dalle ciminiere Ilva e si perdeva nell’orizzonte, costantemente, mattino, pomeriggio o notte. Di certo questo non mi manca, anche se so che è ancora lì, però non mi appesantisco la giornata avendola come prima immagine. È un piccolo sollievo ma è un palliativo”.

    Parliamo ancora del tuo vecchio lavoro: una cosa che ti dispiace non dover rivedere ogni mattina.

    “Il primo e l’ultimo caffè della giornata con i colleghi. Lavorando insieme tante ore al giorno si diventa amici e fratelli. Mi mancano le vere confidenze, anche se molti di loro sono passati a trovarmi anche nel locale”.

    Torniamo al presente. Si può vivere di cultura?

    “Si può fare, il mio è un esempio. Voglio dimostrare a chi quel coraggio non lo ha avuto che a Taranto e nella sua provincia si può vivere anche di altro, è inutile autoconvincersi che qui si debba vivere e morire solo di quella fabbrica. Tanti altri colleghi hanno aperto ristoranti, parafarmacie e altri locali sul territorio, si può facilitare la riconversione anche culturale”.


    Hai scelto di dedicare il nome del caffè a una donna, una poetessa, una persona legata a Taranto. Che rapporto hai con la città?

    “Il mio è un rapporto di odio e di amore (sorride, ndr). Amo tutto il territorio ionico, un amore profondo che non finirà mai, così lavoro per farlo risplendere di luce propria. Quello che sto provando a fare c‘è chi lo capisce e chi non lo capirà mai, io continuo per la mia strada, propagandare è facile, fare è molto più difficile”.


    Sono giorni neri per Taranto, la questione industriale è tornata a far tremare la città e non solo. Cosa pensi di quello che sta accadendo?

    “Credo sia la solita pagliacciata istituzionale, un film già visto. Penso che Mittal andrà via, dal primo momento l’intenzione è stata accaparrarsi una fetta di mercato e poi mandare la gente a casa, a loro non serve fare acciaio. Mi stupisce che i sindacati non abbiano compreso il giochetto dello Stato: vendere a un privato, ancor meglio se estero e poi alzare le mani quando sceglie di chiudere, senza prendersi responsabilità. Credo sia quello che accadrà a breve”.

     
    Andando via dal caffè letterario resta il sapore di un luogo in cui sperare, una chiesa sconsacrata con un altare alla cultura. Dal muro saluta lieve una frase della grande poetessa: “Abbiamo fame di tenerezza nel mondo dove tutto abbonda”.

     

     

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