Martedì, 22 Settembre 2020

    Andrea Casale: farmacista tarantino tra l'Italia e il Burundi

    By Alessandra Macchitella Gennaio 25, 2020

    Andrea Casale, tarantino classe 1988, farmacista specialista in medicina tropicale e salute globale, è partito per il Burundi nel 2017 per un progetto di cooperazione internazionale ed è tornato in Italia a giugno del 2019. Nei due anni è stato capo progetto per una ONG italiana che opera nel campo della salute per la maternità infantile all’Ospedale di Ngozi.

    Nell’ospedale del nord Burundi si è occupato dell'avvio di un laboratorio per la preparazione di alcuni prodotti farmaceutici e della formazione degli operatori in materia di prevenzione delle infezioni ospedaliere. In quei luoghi i farmaci non sono sempre disponibili o sono falsificati, prodotti da chi non ha competenze tali da rispettare gli standard della comunità scientifica, compromettendo così la qualità delle cure. Il suo lavoro è stato svolto con alcuni operatori locali per renderli autonomi, per far funzionare l’ingranaggio anche senza il suo aiuto.


    Come vivi dopo la tua avventura in Africa?


    "Adesso vivo a Verona, lavoro in una farmacia e collaboro come docente con l’Università di Brescia nell’ambito del corso di perfezionamento in Global Health nel quale insegno i piani strategici per la prevenzione delle infezioni ospedaliere. Contemporaneamente seguo un master in salute globale dell’Università di Londra".


    Ognuno di noi ha una “Missione” nella vita. Quale credi sia la tua?


    "Come direbbe uno dei miei maestri, il professor Eduardo Missoni, 'provo a lasciare il Mondo un po’ meglio di come l’ho trovato'”.


    Durante i tuoi viaggi hai raccontato la tua città?


    "L’episodio più bello è stato in occasione di Santa Cecilia. In quei giorni ho partecipato a delle riunioni del Ministero della Salute burundese. Il 22 novembre ho invitato a casa alcuni colleghi burundesi, ho preparato le pettole per tutti e ho raccontato del Natale tarantino, il più lungo d’Europa. Ho spesso parlato del nostro mare che mai è stato battuto nel mio cuore dal seppur suggestivo Lago Tanganyika. Inoltre mi divertivo con due amici, Arthur e Eric, a tradurre in francese alcuni irriverenti (ed irripetibili) proverbi tarantini, posso solo dire che adesso sanno perfettamente “cosa disse Garibaldi a Nizza”. Da quando sono a Verona invece tutti mi chiedono di parlare della questione Ilva. Francamente sono sempre molto imbarazzato perché mi rendo conto di come sia diventato il nostro “brand” ed è difficile scardinare certe convinzioni anche perché sui media nazionali le notizie su Taranto sono parziali e fuorvianti. Tutta la narrazione è distorta".

     Una cosa che ti manca della tua città quando sei fuori:


    "Al primo posto il mare. Solo chi è nato vicino al mare può capire".

     
    I tuoi progetti futuri:

    "Proseguirò con la formazione nell’ambito della salute pubblica e porterò avanti il mio aggiornamento professionale da farmacista. Ma mi piacerebbe anche riprendere a fare musica: nel 2014 ho pubblicato un album che è stato accolto molto positivamente dalla critica specializzata e dopo 6 anni mi piacerebbe dargli un seguito".

     
    Credi che Taranto sia una città tollerante?


    "Non esistono città inclusive o razziste in toto. Esistono però luoghi in cui gli episodi di razzismo sono più frequenti. Credo che a Taranto la situazione sia più gestibile rispetto ad altre città, spesso vedo tarantini intrattenersi in chiacchierate con i ragazzi nigeriani che stazionano fuori i supermercati, una cosa del genere non l’ho mai vista a Parma (dove ho frequentato l’università) o a Verona. Non voglio cadere nei cliché ma abbiamo un cuore differente. Tutto dipenderà da come cambierà la nostra città nei prossimi anni e da come saremo in grado di affrontare la sfida dell’interculturalismo. Sono ottimista ma bisogna pensare a lungo termine. Ad esempio, una via Oberdan come finestra su altre culture, un luogo d’incontro e non il ghetto dei nuovi arrivati".


    Nel 2020 credi che sia ancora necessario parlare di razzismo?

    "Lo è oggi più che mai. Anche in questo caso è tutta la narrazione a cui siamo abituati che è sbagliata. L’italiano medio pensa ancora che l’Africa sia un Paese solo e che tutti gli africani arrivino con i barconi. Viviamo ancora in un mondo bianco dove noi bianchi abbiamo per secoli potuto godere di un posizionamento sociale favorevole che ci ha permesso di vivere il nostro privilegio a scapito di altri. E tutti noi godiamo quotidianamente di questo privilegio che consiste, ad esempio, nell’avere un passaporto che ci permette di viaggiare ovunque vogliamo o nel non essere giudicati principalmente dal nostro aspetto esteriore quando ci presentiamo ad un colloquio di lavoro. È arrivato il momento di ascoltare queste ragioni da chi il razzismo lo ha vissuto sul proprio corpo. C’è una comunità di giovani neri italiani che sta finalmente alzando la mano e sta raccontando cose nuove. È un momento di grande fermento culturale".


    Che cosa consiglieresti a un giovane tarantino in cerca della sua strada?

    "Gli direi che, col tempo, potrà scegliere se vivere a Taranto o altrove nel mondo. Non è vero che “a Taranto non si può fare niente”. Ci sono esempi positivi. Ma è altrettanto vero che la nostra città ha ancora dei limiti ed è importante crescere conoscendo altre realtà al di fuori dalla provincia. Dobbiamo restare curiosi e aperti. C’è tutto un mondo intorno".

     

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