Venerdì, 18 Ottobre 2019

    UniBa e Marina Militare: e le campagne di ricerca per salvare il mare In evidenza

    By V. Castellaneta Ottobre 10, 2019

    Lo sapevate che il 75% dei rifiuti ritrovati sui fondali marini sono plastiche e microplastiche? E che solo nel mar Mediterraneo sono stati avvistati almeno cinque tipi diversi di delfini?

    Sono questi, ancora in parte, il risultato di una serie di ricerche svolte dalla Marina Militare Italiana in collaborazione con l’Università Aldo Moro degli Studi di Bari.

    Risultati presentati a Taranto questa mattina, a bordo della nave Palinuro della Marina. Una delle protagoniste di queste campagne di ricerca insieme alla nave Galatea e all’Aretusa. Tutte navi bianche, ossia a vela.

    “Studenti e ricercatori imbarcati su una nave insieme ai marinai, che hanno prima di tutto capito che si vive in equipaggio. Ma non l’equipaggio di una nave, o della Marina Militare, ma l’equipaggio del pianeta intero”, ha detto il professor Giuseppe Mastronuzzi, direttore del dipartimento di Scienze della Terra Geoambientali, presentando la conferenza. Ed ha veramente ragione.

    Perché grazie a ricerche come queste, riusciamo veramente a comprendere l’impatto che hanno i nostri gesti quotidiani, sul sistema ambiente.

     “Nel Mediterraneo  - ha spiegato Mastronuzzi- la plastica rappresenta circa il 70% dei rifiuti presenti sui fondali marini, come sostiene anche la ricerca pubblicata dall’Ispra. Grazie alla Marina Militare abbiamo avuto la possibilità di imbarcare differenti team sulle navi idrografiche Galatea e Aretusa, che hanno condotto tre campagne distinte: due in Adriatico e una nello Jonio, per campionare l’acqua marina e i sedimenti dei fondali della piattaforma continentale fino a 40 metri di profondità, per individuare e caratterizzare le microplastiche presenti”.

    Specifichiamo che per microplastica convenzionalmente ci si riferisce a quei frammenti di plastica inferiori ai cinque millimetri, per la nano plastica, invece, si parla di micron e non è visibile all’occhio umano. “I campionamenti hanno permesso di raccogliere circa cento di campioni di fondo e circa 200 campioni di acqua” racconta il professore, che spiega: “L’ultima campagna si è chiusa all’inizio di settembre. Quindi i risultati non sono ancora quelli definitivi. I primi risultati vengono dai sedimenti, non dall’acqua marina.  Quello che abbiamo potuto constatare è che purtroppo la plastica c’è, la microplastica c’è. Per ora abbiamo un’analisi qualitativa e non quantitativa, ma la maggior parte delle microplastiche che abbiamo rinvenuto si trovano nei sedimenti ad una profondità compresa tra i 20 e i 40 metri in corrispondenza di due centri di inquinamento principali: le foci dei fiumi, anche quelli poco importanti dell’Italia Meridionale e gli agglomerati urbani più importanti. In particolare abbiamo trovato la maggiore quantità di plastica di fronte alla foce del Fortore e alla foce del Pescara e di fronte alla città di Bari. Le analisi continuano, l’obiettivo adesso è capire quali sono queste plastiche, perché la microplastica e la nanoplastica possono derivare dalla degradazione di plastiche più grandi, ma possono essere introdotte in mare direttamente con quella granulometria. Pensate a tutto quello che deriva dal lavaggio di un maglione di pile e che con il tempo si deteriora finendo negli scarichi e prima o poi nel mare. O ancora, quelli che derivano dai prodotti di bellezza, forse rendono più attraenti noi, ma decisamente contribuiamo a peggiorare l’attrazione dell’ambiente” conclude Mastronuzzi.

    Una ricerca interessante quella delle microplastiche floating, ossia quelle che galleggiano, come le buste di plastica, le cassette di polistirolo, le bottiglie di plastica. Per capire a che distanza questi rifiuti, che ormai ci siamo abituati a vedere sia sulle spiagge che sulla fascia costiera, si portano verso il largo.

    “Lo scopo principale di questa attività è, innanzitutto portare dei nostri giovani studenti, laureati, dottorandi e ricercatori a bordo di una nave che fa anche ricerca” dice il professor Angelo Tursi, docente di Ecologia all’Università di Bari, perché, come spiega,hanno avuto la possibilità di partecipare ad attività di ricerca che la marina militare svolge regolarmente, affiancandosi e collaborando sia con le risorse umane, sia con le risorse strumentali. “In secondo luogo - dice- abbiamo scelto delle tematiche estremamente attuali come la presenza dei cetacei. Grazie al lavoro del professor Carlucci con i suoi studenti, che durante la navigazione della nave, un viaggio di oltre 15 giorni, svolgevano avvistamento di cetacei con turni militari, ogni due ore cambiavano da poppa a prua, avevano un protocollo per registrare al meglio le presenze, il riconoscimento di queste specie, perché si tratta di persone che sanno riconoscere un delfino da un capodoglio”.

    Infine “Che aria tira” un progetto seguito dal dipartimento di biologia sull’inquinamento atmosferico legato alla terra ferma che si avverte a largo. L’aria viene filtrata su un supporto che successivamente viene analizzato per la valutazione della concentrazione di polveri aeree disperse e degli inquinanti organici. Monitorate sia durante lo stazionamento in porto sia durante la navigazione a vela, per non risentire dell’effetto indiretto che poteva derivare dai motori della nave. Dati presentati dal prof Gianluigi De Gennaro dell’Università di Bari e dal dottor Davide Vignola della Pollution Analytical Equipment che ha fornito la strumentazione impiegata per il monitoraggio.

    “Un ringraziamento alla Marina Militare che ha messo a disposizione le navi” aggiunge il professor Trursi, che racconta: “La ricerca in mare è estremamente costosa. L’Italia in questo periodo non ha navi di ricerca, quindi noi ricercatori che operiamo con navi a noleggio, sostenendo delle spese enormi che ovviamente riducono le potenzialità della ricerca. Dalla collaborazione con la Marina Militare riusciamo a compensare alcune carenze”.

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