Domenica, 24 Marzo 2019

    Inceneritore Amiu, Amici di Beppe Grillo Taranto: «basta bruciare i soldi dei cittadini, si investa nella raccolta differenziata»

    «Continua il calvario legato al vecchio ed inutile inceneritore Amiu localizzato nel comune di Statte in prossimità della gravina Leucaspide, attualmente fermo. Per farlo ripartire servono almeno € 8.287.000, costi che la Regione Puglia coprirà in parte spendendo 4 milioni di euro dei cittadini pugliesi senza alcuna logica e senza alcun buon senso. Soldi pubblici buttati, anzi bruciati». Lo rivelano gli attivisti del Meet Up 192 “Amici di Beppe Grillo Taranto”.

    Come se non bastasse, aggiungono, «il Comune di Taranto, a cui si imputa una gestione dei rifiuti scorretta e inosservante della legge, vorrebbe darlo in gestione a privati per 15 anni a seguito di un bando di gara che dovrebbe partire a fine anno, ricavando dal canone annuo di concessione solo 2.930.000 euro, invariato per tutta la durata della concessione». 

    Tale valore «è finalizzato a coprire i costi dell’impianto che rimangono a carico di Amiu, cioé l’ammortamento e Imu».
    Il Comune di Taranto e l’Amiu, «non guadagneranno nulla da questa concessione. Le spese ci saranno e saranno anche elevate per i cittadini tarantini che saranno costretti a pagare fino a 125,75 euro per tonnellata smaltita nell’inceneritore, ai quali si aggiungerà anche l’ecotassa perchè l’inceneritore, ai sensi delle normative italiane ed europee, effettua appunto solo operazioni di smaltimento e pertanto giuridicamente è considerato al pari di una discarica». Gli “Amici di Beppe Grillo Taranto” precisano inoltre che il termine “termovalorizzatore”, a cui il sindaco Stefano e il comune di Taranto ricorrono impropriamente, è errato e non trova riscontro su alcuna legge o direttiva europea che stabilisce difatti che il termine corretto è “inceneritore”. D’altronde «la bassa efficienza energetica dell’inceneritore Amiu non lo rende idoneo alla definizione di “recupero energetico”».
    Ma oltre al danno «causato dalle politiche del Comune di Taranto e della Regione Puglia, ecco che il decreto di attuazione dell’art.35 dello “Sblocca Italia”, intende far diventare il “ferro vecchio” dell’inceneritore Amiu una infrastruttura e insediamento strategico di preminente interesse nazionale». Tutto questo «in un territorio fortemente inquinato, già colmo di inceneritori, discariche e impianti industriali di devastante impatto sull’ambiente e sulla salute dei cittadini. La realtà che supera la follia», continuano gli attivisti del Meet Up storico della città ionica che rammentano quindi che l’inceneritore, «che produce emissioni inquinanti, come appunto le tristemente noti diossine cancerogene, è già stato bloccato diverse volte per emissioni sopra i livelli di norma».
    Per 3 tonnellate di rifiuti urbani che vengono bruciati si produce circa 1 tonnellata di scorie e ceneri “pesanti” e “leggere” classificate come rifiuti speciali che hanno necessità di ulteriori discariche specializzate per lo smaltimento definitivo con costi molto elevati, come confermato dai bandi degli anni passati dell’Amiu in cui lo smaltimento per 18 mesi di queste scorie e ceneri costava circa 3 milioni di euro alle casse dell’Amministrazione, scaricati poi indirettamente sui cittadini. «Tutto questo – commentano- avviene mentre le percentuali di raccolta differenziata fanno pietà e sono ampiamente al di sotto dei valori che la legge italiana stabilisce (almeno 65% al 31/12/2012)».
    Si tratta, a loro dire, di «spese per gestioni e impianti tecnologicamente inaffidabili obsoleti e costosi, milioni di euro, mentre l’Amiu, mostra poco impegno nell’aumentare in città le già basse percentuali di raccolta differenziata atte al riutilizzo, riciclo e recupero», concludono gli “Amici di Beppe Grillo Taranto”.
    Non stupisce sapere perciò, «che mentre si stanno spendendo milioni di euro per nuovi capannoni e revamping dell’inceneritore, l’Amiu è sprovvista di una semplice macchina per triturare le frazioni derivanti dalla raccolta del “verde pubblico” e destinate all’impianto di compostaggio, costringendo perciò il comune a servirsi di ditte esterne, con un aumento di costi, che, tanto per cambiare, ricadrà ovviamente sui cittadini», concludono.

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