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Taranto, blitz anti-mafia all’alba. 38 arresti

Maxi operazione della Squadra Mobile di Taranto che, nell’abito di un’indagine coordinata dalla DDA di Lecce e col supporto della direzione centrale anticrimine, ha sgominato un noto clan con base operativa al quartiere Paolo VI, già destinatario del “sigillo della mafiosità” duramente colpito dalla sentenza di condanna passata in giudicato nell’operazione “Città Nostra”.

Dopo due anni di complesse indagini, un’ordinanza firmata dal gip di Lecce, Marcello Rizzo, ha permesso di eseguire all’alba di oggi 38 misure cautelari, 28 in carcere e 10 ai domiciliari. Altre 20 persone risultano indagate a piede libero. Sequestrate numerose armi da fuoco, oltre a droga e parecchia corrispondenza. Cosi come annunciato in conferenza stampa dal direttore centrale anticrimine Francesco Messina, qualche soggetto tra gli indagati potrebbe essere coinvolto anche nella sparatoria avvenuta martedì pomeriggio alle porte della città, tra Paolo VI e i Tamburi. Con l’ordinanza di oggi, sono finiti in carcere Luigi Agrosì, Giovanni Albertini, Antonella Bevilacqua, Agostino Bisignano, Antonio Bleve, Cosimo Damiano Caforio, Emanuele Capuano, Christian Chiafele, Leonardo Durelli, Mirko Guarino, Domenico Iacca, Lucky La Gioia, Salvatore Labriola, Simone Loperfido, Antonio Maiorino, Giuseppe Pascali, Luca Pascali, Nicola Pascali, Giuseppe Petrelli, Giuseppe Portacci, Eufrasia Quero, Vito Onofrio Salerno, Francesco Sangermano, Massimo Sedete, Patrizio Sedete, Pietro Spezio, Francesco Tambone, Ezio Verardi. Ristretti, invece, ai domiciliari con braccialetto elettronico, Salvatore Auletta, Pietro Francesco Brescia, Gianluca Ciccolella, Francesco Cosmai, Antonio Greco, Benito Marangiolo, Giuseppe Palumbo, Francesco Presta, Francesco Tortella, Amedeo Zonile. I reati contestati sono: associazione mafiosa, associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, estorsione, detenzione e porto illegale di armi e munizioni, lesioni personali. Le indagini hanno avuto inizio da un episodio accaduto il 31 ottobre 2018 a Taranto nel quale due pregiudicati a bordo di uno scooter, colpirono con colpi di arma da fuoco gli arti inferiori di un giovane colpevole di aver richiesto l’amicizia su Facebook alla compagna di uno dei due. A soffermarsi sui dettagli dell’operazione il direttore centrale anticrimine, Francesco Messina, accompagnato dal questore di Taranto Massimo Gambino, dal capo della Mobile di Taranto Fulvio Manco e dal direttore della 1^ divisione SCO Marco Garofalo. “Si tratta di una delle operazioni più significative per la realtà di Taranto -ha spiegato Messina-. È stata disarticolata un’associazione effervescente che aveva il suo core business a Paolo VI, ma era abbastanza ramificata toccando anche la provincia. Qualche esponente sarebbe legato alla spettacolare sparatoria accaduta nelle ultime ore. Il clan operava su diversi fronti, soprattutto nel campo delle estorsioni ottenendo la provvista presentandosi semplicemente dai soggetti estorti senza ricorrere ad azioni violente sfruttando la propria fama criminale è il controllo totalizzante del territorio. Dispiace che nessuna delle vittime si sia mai rivolta alle forze dell’ordine per denunciare. Ci aspettiamo più collaborazione dai cittadini. L’associazione -ha aggiunto Messina- aveva anche una sua dimensione social. Alcune donne del clan erano solite registrare video con canzoni neomelodiche in cui raccontavano l’attività del gruppo e altri soggetti si manifestavano come attori. Il gruppo criminale era in fase espansiva avendo contatti con appartenenti alla camorra e alla mafia albanese. L’operazione testimonia che Taranto ha canoni di sicurezza elevatissimi”.
Messaggio chiaro quello del questore Massimo Gambino. “Abbiamo fornito risposte immediate rispetto a quanto accaduto di recente in città -ha detto-. L’attenzione è costante e l’attività di prevenzione è continua e condivisa con le altre forze dell’ordine”.

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