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No nave rigassificatrice, no Baku Steel. Il gruppo azero avrebbe infatti comunicato nei giorni scorsi al ministro delle Imprese e del made in  Italy, Adolfo Urso, la volontà di non partecipare al nuovo bando di vendita i cui termini per parteciparvi scadranno il prossimo 15 settembre.

Anche se non si esclude la possibilità di una proroga al 30 settembre perché, come riporta il Messaggero, vi nsarebbero nuovi aspetti da approfondire rispetto al precedente bando.

Quindi Baku si chiamerebbe fuori dalla competizione. Eppure, a luglio dell’anno scorso, fu proprio l’offerta degli azeri a convincere più delle altre i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia e il ministero delle Imprese e del made in Italy.

Per cui, allo stato delle cose, sarebbero Jindal Steel e Bedrock industries i due gruppi seriamente interessati ad acquisire gli stabilimenti del gruppo Acciaierie d’Italia. Questo secondo le indiscrezioni riportate da Il Sole 24 Ore. Anche se fino a quando non scadranno i termini per la presentazione delle offerte nulla può darsi per scontato.

Intanto c’è da registrare il movimentismo degli indiani di Jindal i cui manager, nei giorni scorsi, hanno incontrato la sindaca di Genova, Silvia Salis, all’indomani del vertice in Prefettura che la primo cittadino ha tenuto, insieme al presidente della Regione Liguria e a numerosi stakeholder, con il ministro Adolfo Urso. Alla prima cittadina di Genova, il management del gruppo indiano avrebbe assicurato che nel progetto della multinazionale per rilanciare lo stabilimento siderurgico dell'ex Ilva di Genova-Cornigliano non c'è il forno elettrico.

Ma l’altra notizia di giornata è quella secondo la quale il governo sarebbe pronto, attraverso Sace, ad una maxigaranzia tra gli 800mila euro e 1 miliardo di euro per supportare i futuri investitori e  coprire i costi della transizione. Anche se in casa del Partito democratico non sono sicuri che Urso abbia investitori pronti ad acquisire gli impianti ex Ilva.

Di questo è convinto l’ex ministro del Lavoro e responsabile delle Politiche industriali per il Pd, Andrea Orlando, il quale in un video pubblicato sui social sottolinea che il ministro Urso, nell’impossibilità di trovare investitori, «stia cercando dei capri espiatori, qualcuno su cui fare scaricabarile. Gli enti locali hanno acconsentito, con determinate garanzie – ha aggiunto Orlando -, ad andare avanti ma oggi la domanda che va fatta al ministro è se gli investitori ci sono e se vogliono realizzare le cose che sono previste dal piano. Perché, altrimenti, si rischia di aprire uno scontro all’interno delle città, nei territori, che non è basato su un effettivo oggetto del contendere».

Per cui, per l’ex ministro Orlando questo «è il momento della chiarezza e il momento in cui, anche a fronte di questa difficoltà, bisogna capire se lo Stato non possa fare di più di quanto fatto fino a qui in questa vicenda».

 

Rizzo e Colautti (Usb): "Se lo Stato ci mette i soldi, serve controllo pubblico e nazionalizzazione”
«Le notizie di oggi confermano che per Acciaierie d’Italia restano in corsa soltanto Jindal e Bedrock, mentre Baku Steel si è ritirata, e che il Governo sta predisponendo una maxi-garanzia pubblica tra 800 milioni e 1 miliardo di euro per coprire i costi della transizione e agevolare l’ingresso dei privati. Ancora una volta si profila quindi lo scenario di ingenti risorse dello Stato che rischiano di finire nelle tasche di fondi e multinazionali senza che esista alcuna chiarezza su quale piano industriale verrà realizzato, su quali impegni saranno assunti per la produzione e, soprattutto, su come verranno tutelati i lavoratori».

Ad affermarlo sono Francesco Rizzo e Sasha Colautti dell’esecutivo confederale Usb per i quali se lo Stato deve mettere nuove risorse «non può limitarsi a fare da garante dei privati ma deve assumere il controllo degli asset produttivi e avviare un percorso di vera nazionalizzazione».

L’Usb, ricordano Rizzo e Colautti, ha presentato proposte precise quali il riconoscimento del lavoro usurante per i siderurgici, incentivi all’esodo, strumenti straordinari di ammortizzazione ed un reddito di transizione che accompagni i lavoratori nei processi di riorganizzazione e riconversione.
«Invece di continuare con scorciatoie e operazioni di facciata che hanno già prodotto disastri industriali, ambientali e sociali, - concludono Rizzo e Colautti - il Governo deve assumersi adesso la responsabilità politica e industriale di questa partita. Non accetteremo che ancora una volta il rischio d’impresa venga scaricato sulle spalle dei lavoratori e dei cittadini mentre i profitti finiscono nelle mani dei privati. Serve un piano industriale e occupazionale che tuteli davvero tutti i lavoratori,  dai diretti agli appalti, da Ilva in AS a Sanac, e che restituisca alla siderurgia italiana una prospettiva di futuro nell’interesse collettivo».

 

Ex Ilva, D’Alò e Prisciano: “L’immobilismo distrugge la sfida di una rinascita industriale metalmeccanica

«Taranto, città di contraddizioni e sfide, merita rispetto e attenzione». Pensieri e parole sono quelle di Valerio D’Alò, segretario nazionale Fim Cisl,  e Biagio Prisciano che del sindacato di categoria dei metalmeccanici Cisl e è il segretario generale. «La nostra comunità – sottolineano i due sindacalisti -, composta da cittadini, lavoratori e imprese, spera in un futuro di progresso e dignità, ma attualmente si trova di fronte a incertezze, blocchi e sfiducia, aggravate da anni di crisi e speranze tradite. Da un lato, si promuove la rigenerazione economica attraverso un modello di industria ecosostenibile, che dovrebbe rappresentare il futuro più verde e giusto. Dall’altro, resistono resistenze e blocchi che ostacolano progetti fondamentali per la riconversione e la crescita dell’area.  Questa situazione – dichiarano ancora Valerio D’Alò e Biagio Prisciano - si riflette nel recente passo indietro di Baku Steel dall’acquisto dell’ex Ilva, segno di un calo di interesse da parte degli investitori, aggravato dalle difficoltà interne alle aziende e dall’incertezza che avvolge la città.  L’Ilva versa in condizioni peggiorate, e il mancato avvio di investimenti strategici come la nave rigassificatrice, essenziale per il fabbisogno di gas del polo del Dri, ha ulteriormente allontanato lo sviluppo. Senza questa infrastruttura, nessuno investirà seriamente sull’ex Ilva, ostacolando il rilancio industriale e la credibilità di Taranto come centro di sviluppo sostenibile».

Per i due sindacalisti della Fim, la cautela degli investitori «si traduce anche in disinvestimenti e fuga di imprenditori, rallentando la ripresa e mettendo a rischio il futuro della città. La crisi si acuisce anche sul fronte istituzionale: l’amministrazione comunale, spesso divisa e frammentata, manca di una strategia unitaria sui dossier più importanti, alimentando smarrimento tra cittadini e lavoratori. Noi, come rappresentanti dei lavoratori e sindacati, rivendichiamo che Taranto e i suoi abitanti meritano rispetto. L’industria è il cuore pulsante della comunità, il suo futuro e la sua dignità. Senza investimenti e uno sviluppo sostenibile, Taranto rischia di restare indietro, perdere speranza e opportunità di rinascita. È fondamentale che le istituzioni assumano responsabilità, mettendo al centro le esigenze di questa terra. È ora – concludono D’Alò e Prisciano - di agire con determinazione, superare le divisioni e lavorare insieme per un progetto condiviso di rilancio, che restituisca a Taranto il ruolo di protagonista nel panorama produttivo nazionale ed europeo».

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