CRONACHE TARANTINE
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Nave rigassificatrice sì, nave rigassificatrice no: questo è il problema.
"Sopportare gli strali e i dardi dell'oltraggiosa fortuna" oppure "prendere le armi contro un mare di guai e, opponendosi, porvi fine?" direbbe Amleto, il principe di Danimarca protagonista dell’omonima tragedia di William Shakespeare, se gli avessero chiesto che farne dell’ex Ilva e della nave rigassificatrice che tutti vorrebbero e che nessuno vuole. La vogliono le associazioni degli industriali e delle piccole e medie imprese, gli operatori portuali e gli agenti raccomandatari che stanno stringendo in un pressing asfissiante il sindaco di Taranto perché dia il via libera alla presenza dell’unità gasiera; non la vuole larga fetta della città con le associazioni ambientaliste e di cittadinanza attiva in contropressing sul sindaco Bitetti perché mantenga saldo il suo no.
Sì perché sulla presenza o meno della nave rigassificatrice nel porto di Taranto si gioca tutta la partita per una ex Ilva decarbonizzata e riconvertita a forni elettrici e impianti Dri. E già il dubbio amletico ha mietuto la prima vittima se dovesse essere confermato il disimpegno nella corsa all’acquisto degli stabilimenti ex Ilva dell’azera Baku Steel company che della presenza della nave rigassificatrice faceva un punto fermo del suo piano industriale per l’approvvigionamento dei forni elettrici.
Poi c’è un interrogativo che, forse, non tutti preferiscono porsi per il momento. L’eventuale nave rigassificatrice, se dovesse accendersi per lei il semaforo verde, arriverà soltanto quando il primo forno elettrico nello stabilimento ex Ilva sarà operativo o stazionerà nel porto di Taranto (o nel punto che sarà ritenuto più idoneo e opportuno) da subito, novella cavallo di Troia per assicurare, nel frattempo, l’approvvigionamento di gas per l’intera Nazione?
Altro dubbio al quale anche Amleto, forse, non sarebbe in grado di dare risposta.
Ma cosa sono e come funzionano le navi rigassificatrici? Quali i vantaggi e quali le criticità per i territori?
Le navi rigassificatrici, o Fsru (Floating Storage and regasification units), sono impianti galleggianti che trasformano il gas naturale liquefatto (Gnl) in gas pronto per l’uso. Sono una soluzione mobile e relativamente rapida per diversificare le fonti energetiche ma comportano anche rischi e impatti da valutare attentamente.
Il gas naturale viene trasportato in forma liquida da navi metaniere, mantenuto a –162 °C per ridurne il volume per poi essere stoccato a bordo. La Fsru, infatti, conserva il Gnl in serbatoi criogenici fino al momento della rigassificazione. Il Gnl passa attraverso scambiatori di calore, alimentati da acqua marina, che lo riportano allo stato gassoso dopodichè viene trasferito a terra tramite condotte e immesso nella rete nazionale.
IL PROCESSO DI TRASFORMAZIONE
Come detto, il Gnl arriva tramite navi metaniere e viene trasferito in serbatoi criogenici a bordo della nave rigassificatrice che lo mantengono a bassa temperatura e pressione atmosferica, evitando l’evaporazione spontanea.
Il cuore del processo è la vaporizzazione, che avviene tramite scambiatori di calore chiamati vaporizzatori. Esistono due principali tipologie: Open Rack Vaporizer (ORV) che utilizza acqua di mare a temperatura ambiente. Il Gnl scorre all’interno di tubi verticali in lega di alluminio mentre l’acqua di mare cade a pioggia sulla superficie esterna, cedendo calore; Heat Recovery Vaporizer (HRV) che recupera il calore dai gas di scarico delle turbine a gas e usa una miscela di acqua e glicole (famiglia di composti chimici organici chiamati dioli, alcoli con due gruppi idrossilici , usati in varie applicazioni industriali, mediche e cosmetiche), come fluido termico che si riscalda nei camini delle turbine e poi cede calore al Gnl. Una volta vaporizzato, il gas naturale viene compresso e convogliato verso la rete nazionale di trasporto. La pressione viene regolata per garantire compatibilità con i gasdotti e la sicurezza del flusso.
L’utilizzo dell’acqua marina per riscaldare il Gnl può far verificare diversi effetti come, ad esempio, il raffreddamento dell’acqua di ritorno. L’acqua che ha ceduto calore al Gnl viene reimmessa in mare a una temperatura più bassa, alterando l’equilibrio termico dell’habitat marino. Ciò, come riportato anche da www.biologiamarina.eu, può provocare la distruzione del plancton e delle larve: il passaggio attraverso gli scambiatori di calore può uccidere organismi microscopici fondamentali per la catena alimentare marina.
A questo si aggiunge il rilascio di cloro libero residuo. Spesso viene aggiunto cloro per evitare la formazione di biofilm e incrostazioni nei circuiti. Questo cloro, se non neutralizzato, può essere tossico per la fauna marina. Altro effetto è la selezione di batteri resistenti ovvero l’ambiente alterato può favorire la proliferazione di specie batteriche più resistenti, con potenziali effetti ecologici a lungo termine.
Alternative più sostenibili sono i sistemi a circuito chiuso che non rilasciano acqua trattata in mare, sono meno impattanti ma più energivori. Richiedono l’uso di fluidi termici interni e spesso comportano una maggiore emissione di CO₂ e NOx per generare il calore necessario.
Secondo il Wwf Italia, è preferibile adottare schemi di funzionamento alternativi al circuito aperto, soprattutto nei mari italiani, per proteggere gli ecosistemi costieri e ridurre il rischio di contaminazione chimica.
VANTAGGI E SVANTAGGI
Tra i vantaggi di una nave rigassificatrice ci sono quelli legati alla flessibilità logistica, perché possono essere spostate e attivate più rapidamente rispetto agli impianti fissi, e alla diversificazione energetica, perché permettono di importare gas da paesi non collegati via metanodotto. Inoltre le Fsru possono fornire risposte rapide alle crisi ed essere utili in contesti geopolitici instabili e quanto sta accadendo in Ucraina ne è la dimostrazione più lampante. Infine hanno un minore impatto territoriale in quanto non richiedono grandi opere a terra, riducendo così consumo di suolo.
Ma ai vantaggi, come sempre, fanno da contraltare le criticità che nel caso delle navi rigassificatrici si traducono in rischi ambientali e industriali. Il Gnl, infatti,è altamente infiammabile. In caso di incidente, può causare esplosioni e dispersioni criogeniche ovvero il rilascio involontario di fluidi estremamente freddi. Inoltre ha un’impronta climatica elevata superiore al carboen su scala ventennale a causa delle fughe di metano e dei consumi energetici nei processi di liquefazione e trasporto.
Per non parlare dell’impatto sugli ecosistemi marini dal momento che l’uso di acqua marina per la rigassificazione può alterare salinità e temperatura, danneggiando flora e fauna. La Fsru potrebbe, inoltre, limitare il traffico crocieristico, settore nel quale la città di Taranto è impegnata ad entrarvi sempre più in pianta stabile, nonchè produrre effetti sulla pesca e sulla mitilicoltura.
INTEGRAZIONE CON IL TERRITORIO
Gli elementi chiave per l’integrazione di una nave rigassificatrice sul territorio sono la collocazione strategica e la connessione alla rete nazionale. Inoltre deve essere in possesso delle autorizzazioni ambientali e urbanistiche.
Per quanto riguarda la collocazione, elementi chiave sono la posizione in un’area portuale o offshore con accesso sicuro per le metaniere. Va valutata la distanza dalla costa, come nel progetto Fsru Ravenna, dove l’unità è ormeggiata a 8,5 km da Punta Marina. È essenziale, poi, la presenza di un gasdotto di allaccio che colleghi la Fsru alla rete di trasporto del gas. Nel caso di Ravenna, è prevista una condotta di 42 km, di cui 8,5 km sottomarini.
Poi c’è tutto il capitolo legato alle autorizzazioni ambientali. Serve, infatti, una Valutazione di impatto ambientale, la cosiddetta Via, e il rispetto di quanto previsto dalla direttiva Seveso III (prevede obblighi per i gestori, come la redazione di un rapporto di sicurezza e un piano di emergenza interna, e per le autorità, come la pianificazione dei Piani di emergenza esterna oltre che l'informazione e la partecipazione del pubblico, lo scambio di informazioni tra stabilimenti vicini e ispezioni rigorose per garantire l'applicazione delle regole) per impianti a rischio rilevante. Il progetto, inoltre, deve essere compatibile con il Piano Energetico Nazionale e con le normative europee sul rischio cumulativo, cioè la probabilità di sviluppare una malattia o subire un danno alla salute dovuto all'esposizione contemporanea a più agenti inquinanti o fattori di rischio, attraverso una o più vie di esposizione, ed essere accompagnato da investimenti in efficienza energetica e fonti pulite.