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L’ufficiosità ha lasciato il campo all’ufficialità: il porto di Taranto è tra gli hub nazionali di riferimento prioritari per lo sviluppi degli impianti eolici offshore galleggianti in Italia.
Nella giornata di ieri, lunedì 6 ottobre, il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica ha ufficialmente trasmesso all’Autorità di sistema portuale del mar Ionio il decreto interministeriale (il numero 167 del 4 luglio 2025) di attuazione dell’art. 8, comma 2, del decreto Misure per lo sviluppo della filiera relativa agli impianti eolici galleggianti in mare (numero 182 del 9 dicembre 2023). ora il documento è alla registrazione della Corte dei Conti.
Cruciale per la trasmissione formale del Decreto è stato l’incontro tenutosi ieri (link) al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti tra il ministro Matteo Salvini e Erham Ciloglu, vice amministratore delegato del gruppo Yildrim/Corex, operatore terminalista presente nel porto di Taranto con la società controllata San Cataldo Container Terminal (SCCT). Al centro della riunione vi sono stati l’impegno per il completamento dei dragaggi al Molo polisettoriale e l’attuazione del decreto Mase sull’eolico offshore, provvedimento strategico per il territorio pugliese e la logistica locale, di cui si attendeva la registrazione ufficiale anche da parte della Corte dei Conti.
«Abbiamo presentato al Ministro Salvini la questione preminente dei dragaggi nel Porto di Taranto, trovando attenzione e un clima di concreta collaborazione. Il Ministro ha riconosciuto l'importanza strategica dello scalo jonico e ha confermato il suo impegno a lavorare con tutte le parti coinvolte per individuare soluzioni condivise e durature», spiega il commissario dell’Adsp Giovanni Gugliotti il quale ha accolto con soddisfazione l’ufficialità del decreto Mase «che aprirà – aggiunge Gugliotti - nuove importanti opportunità di sviluppo economico, occupazionale e sostenibile per il territorio, rappresentando una tappa fondamentale per Taranto e per la transizione energetica nazionale».
Il provvedimento sblocca risorse destinate, tra l’altro, ad interventi infrastrutturali di ammodernamento e adeguamento delle aree portuali interessate che, per quanto attiene il porto di Taranto, vedono lo scalo un passo avanti rispetto a tali attività, avendo già completato l’iter per l’Adeguamento tecnico funzionale (Atf) del Piano regolatore del porto di Taranto per le finalità oggetto del decreto.
Intanto, a riprova che sullo scalo ionico ci sono gli interessi da parte di numerosi players europei che vedono opportunità di investimento nel porto per quanto riguarda il settore eolico offshore, giovedì 9 ottobre la struttura sarà visitata da una delegazione francese, visita coordinata dall’ambasciata di Francia (Businness France Italia) composta da 11 rappresentanti istituzionali e aziende provenienti dalla Regione Pays de la Loire.
La scelta su Taranto è caduta per la disponibilità di spazi industriali e retroportuali; per i fondali superiori ai 12 metri, adatti all’installazione di piattaforme galleggianti; per i collegamenti ferroviari e stradali efficienti; per l’iter già completato per l’Adeguamento tecnico funzionale del Piano regolatore portuale.
Il decreto sblocca 78,3 milioni di euro in tre anni (2025–2027), da finanziare tramite i proventi delle aste Co₂. I fondi serviranno per effettuare i dragaggi al molo polisettoriale, per adeguare le banchine e realizzare i piazzali industriali, per il potenziamento logistico per produzione e assemblaggio delle piattaforme eoliche.
Cosa sono le “aste” CO2 e a cosa servono
Dietro molti progetti di energia pulita, come l’eolico offshore di Taranto o gli incentivi per la mobilità sostenibile, c’è un meccanismo poco conosciuto ma fondamentale: le aste CO₂. Si tratta di uno strumento economico che trasforma l’inquinamento in risorsa, facendo pagare chi emette gas serra e premiando chi investe nella sostenibilità.
Le aste CO₂ si svolgono all’interno del Sistema Europeo di Scambio delle Emissioni (EU ETS), il principale strumento dell’Unione Europea per ridurre le emissioni di gas serra. Introdotto nel 2005, il sistema si basa su un principio semplice: chi inquina paga.
Le aziende che operano in settori ad alta intensità energetica — come acciaierie, cementifici, centrali elettriche — devono acquistare “quote di emissione” per ogni tonnellata di CO₂ che producono. Queste quote vengono messe all’asta e vendute al miglior offerente.
Le aste si svolgono su piattaforme specializzate, come la European Energy Exchange (EEX), e coinvolgono migliaia di operatori. Il prezzo di partenza è determinato dal mercato, e può variare in base alla domanda e all’offerta. Negli ultimi anni, il costo di una tonnellata di CO₂ è salito oltre gli 80 euro, rendendo le aste una fonte significativa di entrate pubbliche.
In Italia, le aste sono gestite dal ministero dell’Ambiente e della sicurezza Energetica (Mase), che incassa i proventi e li destina a progetti di decarbonizzazione. I ricavi delle aste Co₂ vengono utilizzati per finanziare energie rinnovabili (come l’eolico offshore e il fotovoltaico), migliorare l’efficienza energetica di edifici e industrie, sostenere la mobilità elettrica e il trasporto pubblico, promuovere la ricerca e l’innovazione climatica, compensare gli impatti sociali della transizione ecologica.