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La vertenza ex Ilva continua a mobilitare non solo i lavoratori diretti e l’indotto, ma anche altre realtà produttive del territorio.

Le Rsu e i lavoratori dell’appalto metalmeccanico Eni hanno espresso «piena solidarietà ai lavoratori ex Ilva attualmente in sciopero», denunciando «l’inaccettabile comportamento del Governo, ritirato in un silenzio assordante nonostante le iniziative di sciopero intraprese a Taranto, Genova e Novi Ligure».
«Ci sentiamo parte integrante della crisi e del territorio di Taranto», hanno sottolineato le Rsu, aggiungendo che «la nostra città non merita di essere trattata con indifferenza. La questione ex Ilva riguarda Taranto in maniera diretta sia dal punto di vista economico che sociale». Da qui l’annuncio di «otto ore di sciopero per la giornata di domani (giovedì 4 dicembre, ndc)», con l’obiettivo di richiamare l’attenzione della classe dirigente su una vertenza che «da tredici anni mette a serio rischio il futuro della siderurgia italiana e di Taranto».
Accanto ai lavoratori ex Ilva e dell’indotto si è schierata anche Casartigiani Puglia, che ha chiesto «l’istituzione urgente di un tavolo di confronto presso il Mimit, che coinvolga anche le associazioni di categoria delle imprese per chiarire quale sia il progetto reale per il futuro dell’ex stabilimento siderurgico». L’associazione di categoria degli artigiani ha espresso «forte preoccupazione per l’incertezza che grava sui lavoratori e sulle centinaia di imprese dell’indotto e dell’autotrasporto», ricordando le decurtazioni subite nel 2015 e nel 2023, quando furono riconosciuti solo parte dei crediti spettanti.
«Si tratta di una crisi senza precedenti», hanno avvertito gli artigiani pugliesi, «che tutte le istituzioni e gli attori politici devono affrontare con tempestività e responsabilità». Casartigiani ha ribadito che «la fabbrica deve essere ambientalizzata e lo Stato deve assumersi pienamente questo compito, considerando le ingenti risorse già investite per mantenerla attiva».
La posizione è netta: «Se la prospettiva fosse la chiusura, si tratterebbe di una scelta inaccettabile, che produrrebbe un impoverimento irreversibile del territorio e lascerebbe in eredità un eco-mostro inutilizzato e non bonificato».
Il fronte delle mobilitazioni si allarga dunque, con lavoratori e imprese che chiedono al Governo di uscire dall’immobilismo e di dare finalmente risposte concrete a una vertenza che rischia di segnare in modo irreversibile il futuro di Taranto e della siderurgia nazionale.

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