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Negli ultimi mesi si sono rincorse dichiarazioni, anticipazioni e indiscrezioni sul futuro dello stabilimento siderurgico di Taranto.

Una narrazione spesso rassicurante, che però – secondo la Fiom‑Cgil – non regge alla prova dei documenti ufficiali. «Dietro le parole emergono scelte già assunte senza un reale confronto con i lavoratori e le loro rappresentanze», denuncia il segretario generale della Fiom di Taranto, Francesco Brigati, che ricostruisce passo dopo passo ciò che è accaduto a partire dall’incontro dell’11 novembre a Palazzo Chigi.
«L’11 novembre – spiega Brigati – il Governo ci ha presentato il piano di decarbonizzazione indicando un nuovo piano a ciclo corto che comporta una rimodulazione dell’assetto produttivo. Ci è stato detto che dal 1° gennaio 2026 sarebbero state fermate le batterie di cokefazione 7, 8, 9 e 12, con preriscaldo da metà gennaio e un avvicendamento tra Afo4 e Afo2, con un solo altoforno in marcia per circa venti giorni». Una fermata che, secondo quanto riferito al tavolo, sarebbe stata motivata da ragioni economiche: «Il ministro Urso e i commissari straordinari – aggiunge – hanno dichiarato che la fermata delle batterie, dal 1° gennaio al 28 febbraio 2026, era necessaria per ragioni economiche».
Ma la documentazione trasmessa da Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria al Ministero dell’Ambiente racconta altro. «In realtà – sottolinea Brigati – già nell’ottobre 2025 AdI in as aveva avviato la procedura per la fermata delle batterie con marcia a un solo altoforno. E nelle note del 28 novembre e del 19 dicembre 2025 si chiariva che la fermata era necessaria per consentire la sostituzione del reattore catalitico 63K01 dell’impianto di desolforazione dell’area Sottoprodotti». Un intervento tecnico che, come precisato negli allegati, «richiede necessariamente la fermata dell’impianto di desolforazione del gas coke, condizione non compatibile con l’esercizio delle batterie di forni a coke».
Il cronoprogramma ufficiale, inoltre, prevede l’avvio del cantiere il 20 gennaio 2026 e la conclusione dei lavori a fine aprile. «Questo significa – osserva Brigati – che la fermata non sarebbe durata due mesi, come comunicato al tavolo, ma quattro. E che per garantire la marcia dell’altoforno sarà necessario acquistare coke dall’esterno». Una discrepanza che per la Fiom dimostra come «il Governo avesse già programmato la fermata delle batterie senza un confronto preventivo e di merito con le organizzazioni sindacali, generando ulteriore agitazione anche rispetto alle risorse disponibili fino al 28 febbraio 2026».
Il segretario interviene anche sul fronte della vendita internazionale, che ha visto prevalere il fondo statunitense Flacks Group, e sulle dichiarazioni rilasciate dal suo fondatore a un quotidiano nazionale. «È inaccettabile – afferma – che informazioni sul futuro piano industriale e sugli investimenti arrivino da un fondo di investimento che ha partecipato al bando e con cui è in corso una trattativa. Apprendiamo dai giornali quello che dovrebbe essere il futuro dell’ex Ilva. È una situazione che non può essere tollerata». Da qui la richiesta di una guida pubblica forte: «Le politiche industriali non possono essere dettate da un fondo di investimenti. Serve una regia del Governo su un asse strategico come la siderurgia. Il ruolo del pubblico deve essere determinante, non marginale».
Sulla stessa linea, ma da un versante politico, interviene anche la segretaria provinciale del Partito democratico ionico, Anna Filippetti, che chiede al Governo «verità, confronto e responsabilità». Per Filippetti, l’indicazione di Flacks come potenziale acquirente «è un passaggio importante, ma non può essere un punto di arrivo». Il problema, sottolinea, è l’assenza di un quadro industriale definito: «Chiediamo al Governo di fare immediatamente chiarezza su un piano industriale che appare ancora nebuloso». Le prime indiscrezioni parlano di assunzioni graduali e di un forte impegno finanziario richiesto allo Stato, elementi che per il Pd richiedono trasparenza assoluta: «I lavoratori e il territorio hanno diritto di sapere quali garanzie occupazionali sono previste, quali risorse pubbliche verranno mobilitate e con quali vincoli».
Anche per Filippetti il confronto con i sindacati è imprescindibile: «L’urgenza è riconvocare immediatamente le organizzazioni sindacali, che non possono restare spettatrici di decisioni che riguardano migliaia di lavoratrici e lavoratori». E avverte: «Il territorio jonico non può permettersi l’ennesimo annuncio senza sostanza». Da qui la richiesta di un percorso chiaro e verificabile: «Chiediamo al Governo un cronoprogramma con garanzie occupazionali, ambientali ed economiche».
Le posizioni di Fiom e Pd, pur provenendo da ambiti diversi, convergono su un punto: il futuro dell’ex Ilva non può essere deciso altrove, né affidato a comunicazioni parziali o a trattative riservate. Taranto chiede trasparenza, partecipazione e certezze. E questa volta, come sottolineano sindacato e dem, non sembra disposta ad accettare altro.

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