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Il decreto legge sull’ex Ilva supera il primo passaggio parlamentare e accende un nuovo fronte di confronto politico e sindacale.

L’Aula del Senato ha dato il via libera al provvedimento con 79 voti favorevoli e 63 contrari, senza astenuti, aprendo la strada all’esame della Camera che dovrà convertirlo in legge entro il 30 gennaio.
Un voto atteso, che arriva in un momento drammatico per Taranto, segnato dal recente incidente mortale costato la vita al lavoratore Claudio Salamida, e mentre cresce la pressione dei sindacati per un intervento strutturale e non più emergenziale.
Il decreto, varato il 1° dicembre, nasce con l’obiettivo dichiarato di assicurare la continuità operativa dello stabilimento. Conferma l’utilizzo dei 108 milioni residui del precedente stanziamento e, grazie alle modifiche introdotte in Commissione Industria, aggiunge 149 milioni ulteriori.
L’incremento della dote finanziaria porta il totale a 257 milioni, frutto di due interventi targati Fratelli d’Italia: un primo emendamento del relatore Salvo Pogliese, che ha inserito 50 milioni; un sub-emendamento del senatore Bartolomeo Amidei, che ha innalzato la cifra a 149.
Le risorse aggiuntive saranno attivabili solo se la cessione a terzi non si concluderà entro il 30 gennaio 2026, con l’obiettivo di evitare lo stop produttivo.
Durissima la reazione della Fiom-Cgil, che parla di un provvedimento incapace di affrontare la crisi alla radice. Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia, afferma infatti che “le risorse stanziate non sono sufficienti a garantire interventi strutturali sugli impianti né a coprire i tempi della trattativa. Da due anni diciamo che si tratta di provvedimenti tampone che non assicurano un futuro al gruppo siderurgico.”
Scarpa lega la questione anche alla sicurezza sul lavoro, dopo la morte di Salamida:“Il tragico infortunio non doveva accadere. Servono risorse per manutenzioni ordinarie e straordinarie e per mettere in sicurezza gli impianti.” E rilancia la richiesta di un confronto immediato: “Ribadiamo la necessità di una convocazione a Palazzo Chigi. La presidente del Consiglio deve ascoltare le ragioni delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici dell’ex Ilva.”
Di segno opposto le reazioni della maggioranza, che rivendica il provvedimento come un passo necessario per evitare il collasso del sito produttivo.
Il presidente della Commissione Industria, Luca De Carlo (FdI), sottolinea: “L’Ilva non deve morire. Il decreto garantisce continuità produttiva, nonostante oggi si produca un milione e mezzo di tonnellate contro le quattro necessarie per coprire i costi. Siamo costretti a importare acciaio da Paesi che non rispettano l’ambiente. La chiusura sarebbe una catastrofe.”
Il senatore Ignazio Zullo (FdI), invece, parla di un cambio di passo: “Il Governo guarda al problema a tutto tondo: tutela dei lavoratori, sostegno ai territori, interventi sui costi energetici. È doveroso scegliere da che parte stare: dalla parte della nazione e dell’occupazione, non dei professionisti del no.”
La senatrice Anna Maria Fallucchi (FdI), invece, lega la questione alla transizione industriale: “Siamo per una transizione ecologica possibile, non ideologica. Difendere Taranto significa difendere l’Italia. Nessuno dovrebbe morire per lavorare, e su questo la politica deve essere unita.”
Il decreto passa ora alla Camera, ma il clima resta incandescente. Da un lato il Governo rivendica un intervento necessario per evitare la chiusura; dall’altro i sindacati denunciano l’assenza di un piano industriale vero, chiedendo investimenti strutturali e un confronto politico immediato.
Taranto, intanto, attende risposte. E lo fa con la consapevolezza che il futuro dell’ex Ilva non è solo una questione locale ma un nodo strategico per l’intero Paese.

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