CRONACHE TARANTINE
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La vertenza ex Ilva si arricchisce di un nuovo elemento di incertezza, forse il più delicato degli ultimi anni, dopo che il Tribunale di Milano ha disposto la sospensione dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto a partire dal 24 agosto 2026 per “alto rischio di malattie gravi”.
Una decisione che arriva in un momento già segnato da trattative complesse, equilibri fragili e un futuro industriale ancora tutto da definire. Nel mondo sindacale e politico la reazione è immediata, con toni che oscillano tra la preoccupazione e l’allarme per le ricadute occupazionali e produttive.
Il segretario generale della Fim‑Cisl, Ferdinando Uliano, parla apertamente di un provvedimento che «aggiunge un ulteriore elemento di complicazione a una vertenza che ormai si trascina da oltre un decennio senza trovare soluzione». Secondo Uliano, la decisione dei giudici «non aiuta la discussione che dovrebbe invece avere maggiori certezze sulle prospettive produttive e il rilancio del sito e dell’occupazione». Per questo, spiega, «chiederemo chiarimenti all’azienda che ha ricevuto direttamente la comunicazione».
Il sindacalista richiama quanto emerso dalle prime ricostruzioni: «Da quanto apprendiamo dalla stampa, si fa riferimento alla disapplicazione non totale ma parziale dell’Autorizzazione Integrata Ambientale, in particolare di alcune prescrizioni che i giudici chiedono di integrare». Ma il punto, avverte, è che «se nulla avviene da qui al 24 agosto, la situazione diventerà estremamente difficile da recuperare». Un allarme che si inserisce in un quadro già compromesso: «A Taranto è in funzione un solo altoforno, c’è una discussione in corso con un soggetto non industriale, Flacks, di cui non sappiamo nulla». A questo si aggiunge «l’incontro di oggi al Ministero del Lavoro per la richiesta di proroga della CIG, che l’azienda stessa ha chiesto di sospendere a seguito del decreto dei giudici di Milano».
Uliano ricorda che i sindacati hanno più volte sollecitato un confronto politico di alto livello: «Abbiamo chiesto l’importanza di una convocazione a Palazzo Chigi, una richiesta rimasta purtroppo senza risposte da parte del Governo». Per questo Fim, Fiom e Uilm si sono «autoconvocati per il 9 marzo prossimo». Nonostante tutto, il segretario della Fim‑Cisl non rinuncia a una nota di fiducia: «Continuiamo a sperare, pensiamo che la situazione sia ancora recuperabile: non possiamo permetterci di perdere la produzione di acciaio primario, anche a fronte delle mutate condizioni geopolitiche». Ma per farlo, conclude, «serve consapevolezza e volontà diffusa da parte del Governo, degli enti locali e delle istituzioni per trovare una soluzione industriale sostenibile che ridia prospettiva produttiva e lavorativa».
Sulla stessa linea d’allarme, ma con un accento più politico, interviene l’onorevole Dario Iaia di Fratelli d’Italia, che definisce la sentenza «un fattore che rischia di gravare pesantemente sul negoziato in corso con il fondo Flacks per la vendita dell’acciaieria». Secondo Iaia, «si rischia di compromettere quanto di buono stiamo cercando di ottenere per il futuro dello stabilimento, con il concreto pericolo di una possibile perdita di posti di lavoro e la fuga degli investitori». Il parlamentare richiama anche il prestito ponte autorizzato dalla Commissione Europea, «fino a un massimo di 390 milioni di euro», che «potrebbe svanire se l’investitore decidesse di ritirarsi, ritenendo che le nuove condizioni siano troppo mutate rispetto a quelle iniziali su cui si stava negoziando».
Per Iaia, lo scenario è chiaro: «Se la vendita dovesse saltare, non avremmo nemmeno più le condizioni per mantenere quel sostegno finanziario concesso in vista della trattativa». E le conseguenze, avverte, «sarebbero disastrose per Taranto e per l’intero settore dell’acciaio italiano». A complicare ulteriormente il quadro c’è la richiesta del Tribunale di Milano di riscrivere alcune prescrizioni ambientali, che «impone costi maggiori e limitazioni più severe alla produzione di acciaio». Un cambio di regole «durante una fase cruciale per la vendita», che genera «un clima di grande incertezza e instabilità per tutti gli attori coinvolti».
Il deputato sottolinea la necessità di un equilibrio tra tutela della salute e salvaguardia industriale: «La fusione di lavoro e salute non può avvenire senza una visione chiara e consapevole. Non possiamo permetterci di mettere in ginocchio la produzione di acciaio in Italia». Ogni decisione, insiste, «avrà ripercussioni non solo su Taranto, ma su tutto il Paese, in un momento in cui l’industria italiana ha bisogno di certezze e stabilità». Da qui l’appello a evitare «una cattiva gestione della vertenza che porti a una crisi occupazionale senza precedenti». La strada, per Iaia, è una sola: «Trovare una soluzione sostenibile che tuteli il diritto al lavoro e la salute dei cittadini, affinché Taranto possa continuare a essere un simbolo di produzione e innovazione, anziché di crisi e disoccupazione».