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C’è un filo che ha unito Verona, Taranto e Genova: è il futuro dell’industria italiana, con i suoi dossier più delicati e le sue incognite ancora aperte.

E proprio da questo intreccio nasce l’interesse per l’incontro avvenuto ieri, lunedì 13 aprile, al Vinitaly tra il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro. Un colloquio che, dietro la vetrina del più importante evento del vino italiano, ha riportato al centro i nodi irrisolti dello sviluppo pugliese e meridionale. Ma soprattutto ha riacceso i riflettori sul tema più spinoso di tutti: la vertenza ex Ilva.
Il ministro, dopo i confronti con i governatori Stefani, Proietti e Occhiuto, ha incontrato Decaro nello stand della Regione Puglia. Al centro del dialogo, spiegano fonti istituzionali, «i principali dossier industriali del territorio, da Taranto a Statte, da Brindisi a Gioia del Colle». Non solo acciaio, però: si è parlato anche delle prospettive del settore vitivinicolo pugliese, sempre più competitivo sui mercati internazionali e considerato un asset strategico del Made in Italy.
Ma è evidente che il capitolo più urgente resta quello dell’ex Ilva, soprattutto dopo la recente visita di venerdì 10 aprile a Taranto della delegazione del gruppo Jindal, uno dei due player — insieme alla statunitense Flacks Group — interessati all’acquisizione dell’intero asset di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria. La delegazione, guidata da Naveen Jindal e dal figlio Venkatesch, ha incontrato il sindaco Piero Bitetti e ha effettuato un sopralluogo approfondito nello stabilimento dicendosi molto interessati senza aver nascosto le reali difficoltà e la complessità dell’operazione. Una visita replicata il giorno successivo, sabato 11 aprile, negli impianti di Genova e Novi Ligure, a conferma dell’interesse per l’intero perimetro produttivo.
Sul tema, però, il mondo sindacale resta estremamente cauto. A margine del congresso Uilm in corso a Genova, il segretario generale Rocco Palombella ha ribadito che «non si può scegliere tra Flacks e Jindal», perché la situazione dell’acciaieria «è sotto gli occhi di tutti: siamo sull’orlo del precipizio». Per il leader Uilm, nessuno dei due gruppi rappresenta una soluzione credibile: «Non può essere il salvatore Jindal o il salvatore Flacks, come non lo è stato nessun altro. L’Ilva ha bisogno, dopo tanti anni di non scelta, di un’azione da parte dello Stato».
Palombella ha criticato l’attuale percorso negoziale: «Continuare a fare una trattativa con gruppi industriali senza la garanzia dello Stato è un’esercitazione fallimentare». Da qui la richiesta di «interrompere questa trattativa e avviare una gestione statale, con la possibilità di coinvolgere produttori siderurgici italiani». Solo così, sostiene, si può immaginare una ripartenza: «Bisogna far ripartire l’impianto a freddo, programmare la decarbonizzazione, passare ai forni elettrici. Non si fanno in un giorno: servono almeno due anni».
Il segretario Uilm ha insistito sulla necessità di un piano industriale credibile, capace di garantire produzione e occupazione: «La risalita produttiva significa avere almeno tre altoforni in marcia, due forse entro giugno. E poi basta con i rimbalzi: DRI sì, DRI no, preridotto sì, preridotto no. Ora si parla di acciai speciali: bisogna ripartire da condizioni concrete, non dai desideri».
Palombella ha anche messo in guardia da divisioni territoriali: «È possibile far convivere Taranto, Genova e Novi? Sì, ma solo se si ragiona come un unico sistema. Le scorciatoie non hanno mai prodotto risultati positivi. Pensare che Genova e Novi possano avere un mercato staccato da Taranto è illusorio». E ha concluso ricordando che «quando uno decide di fare da solo, sceglie la strada dell’isolamento e della disperazione. Taranto non è mai stata in contrasto con Genova: devono vivere insieme la sfida della concorrenza globale».
Il confronto al Vinitaly, dunque, si inserisce in un quadro complesso, in cui la Puglia — e Taranto in particolare — attendono risposte chiare sul futuro dell’acciaio. E mentre i potenziali acquirenti visitano gli stabilimenti e il governo valuta le opzioni, il tempo continua a scorrere su un’industria che, come ricordano i sindacati, «è ormai in una condizione comatosa» e non può più permettersi ulteriori rinvii.

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