CRONACHE TARANTINE
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«Il carcere non è solo un luogo di punizione ma uno spazio che deve puntare alla rieducazione e al reinserimento. Confrontarsi con questa realtà significa abbattere pregiudizi».
È una frase che da sola racchiude l’intero spirito di “Ponti sospesi: dialoghi tra reclusione e comunità”, il progetto che ha accompagnato quaranta studenti e studentesse delle classi quarte dell’istituto Liside‑Cabrini fino all’ultimo, decisivo passo: entrare nella casa circondariale di Taranto per incontrare da vicino chi vive e chi lavora ogni giorno all’interno della struttura. Con loro la dirigente scolastica Annamaria Strazzullo e i docenti referenti, accolti dalla vicedirettrice del carcere – in rappresentanza del direttore Mellone – dal comandante della Polizia penitenziaria Bellisario Semeraro e dalle operatrici della struttura “Carmelo Magli”.
La dirigente Strazzullo ha spiegato come il progetto sia nato dall’idea di avvicinare gli studenti a un tema complesso attraverso la letteratura: «Abbiamo lavorato su opere scritte da grandi autori che hanno conosciuto la reclusione, da Oscar Wilde a Cervantes, da Calderón de la Barca a Silvio Pellico e Antonio Gramsci. Era un modo per rendere più vive le lezioni agli occhi di ragazzi che oggi sono catturati da serie come Mare Fuori, Vis a Vis, Oz o Orange is the New Black. Da qui è nata l’idea di costruire un percorso che, partendo dai testi, li portasse a confrontarsi con la realtà odierna». La visita in carcere, ha aggiunto, è stata «un’occasione per far comprendere che il carcere non è una struttura primitiva ma un luogo in cui, dopo l’errore, si lavora per l’educazione e il reinserimento nella società».
Strazzullo ha insistito sul valore educativo dell’esperienza: «I ragazzi devono capire che la libertà dipende dal loro modo responsabile di vivere la vita. Le fiction spesso semplificano ma qui hanno visto cosa significa davvero assumere comportamenti corretti all’interno della società». Per la dirigente, la scuola ha un ruolo decisivo: «Molti giovani non hanno guide solide. Per tanti motivi le famiglie non sempre riescono a offrire un orientamento sicuro, e la scuola si trova a dover colmare questo vuoto. È una sfida difficile ma fondamentale. Sono felicissima che questo percorso si sia concluso con una giornata così significativa».
Il comandante della Polizia penitenziaria, Bellisario Semeraro, ha sottolineato l’importanza di aprire le porte dell’istituzione ai più giovani: «Questi progetti servono a far conoscere ai ragazzi il carcere e a trasmettere il concetto di legalità, che è fondamentale per vivere in un Paese civile. Oggi sono qui per vedere da vicino cosa viene offerto ai detenuti in termini di attività trattamentali, indispensabili per il reinserimento nella società e per realizzare la funzione rieducativa prevista dall’articolo 27 della Costituzione italiana». Semeraro ha ricordato che «i pregiudizi allontanano e creano divisione», mentre il lavoro quotidiano della Polizia penitenziaria va nella direzione opposta: «Noi includiamo. Lavoriamo con uomini e donne che hanno commesso errori ma che devono essere pronti a rientrare nella società da cittadini liberi. E allo stesso tempo i cittadini devono essere in grado di accoglierli senza giudizi sommari». Ha poi ringraziato i media e le scuole «sempre disponibili a far conoscere ciò che accade all’interno del mondo penitenziario e la vita quotidiana di chi opera e vive al suoi interno».
A chiudere la mattinata sono state le parole di due studentesse, che hanno dato voce alle impressioni dell’intero gruppo. «Alla fine i pregiudizi cadono: sono persone normali come noi», ha detto una di loro. «Bisogna conoscere il carattere di una persona prima di giudicarla. Siamo qui per capire come funziona il carcere e come la Polizia penitenziaria aiuti queste persone a ritrovare una strada». L’altra ha aggiunto che «non si può dire subito “questa persona è così”. Bisogna vedere, ascoltare, capire cosa offre la struttura e come è organizzata. Solo così si può davvero comprendere».