CRONACHE TARANTINE
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Le mani serviranno ancora. È quasi paradossale che il futuro della moda italiana — un settore che corre verso l’intelligenza artificiale, la tracciabilità digitale e le nuove normative europee — si giochi proprio su ciò che di più antico e umano possediamo: la capacità di cucire, creare, trasformare la materia in stile.
«Non ci sarà un robot antropomorfo nei prossimi vent’anni che sappia cucire», è stato ricordato con forza nel convegno “Il futuro della moda tra passaggio generazionale, sostenibilità di filiera ed ESG”, ospitato nella sede della Camera di Commercio Brindisi–Taranto. Una frase che è diventata il filo rosso di un confronto serrato, a più voci, su un settore che oggi vive una delle sue fasi più complesse, ma che proprio per questo è chiamato a reinventarsi senza perdere la propria identità.
Il convegno, inserito nella Giornata Nazionale del Made in Italy, ha riunito imprese, istituzioni, sistema bancario e mondo accademico, offrendo una fotografia nitida di un comparto che, pur restando un pilastro dell’industria italiana, sta attraversando una crisi profonda. A ricordarlo con lucidità è stato Luca Sburlati, presidente di Confindustria Moda, che ha definito il tessile-abbigliamento «la seconda industria del Paese dopo la meccatronica», un settore strategico che però «dal 2024 è in emergenza». Sburlati ha stimato una perdita di circa 12 miliardi tra il 2023 e il 2025: «Dodici miliardi sono grosso modo tutta l’industria spaziale italiana. Lo stato della moda non è buono». Le cause, ha spiegato, sono molteplici e globali: «La Cina ha smesso di comprare europeo e occidentale e si fa la moda da sola. Gli Stati Uniti impongono dazi e dogane. C’è la guerra in Russia e ora anche quella nel Golfo Persico. Dobbiamo essere più resilienti di quanto siamo stati durante il Covid».
Da qui la necessità di un grande piano strategico decennale, presentato nei giorni scorsi in Parlamento al ministro Urso: «Servono misure immediate per la sopravvivenza delle imprese, soprattutto le più piccole, e allo stesso tempo una visione sul futuro: passaggio generazionale, nuove tecnologie, intelligenza artificiale, gestione delle normative europee sul tessile come rifiuto speciale. Non possiamo ripetere gli errori dell’automotive». Sburlati ha insistito su un punto: la sostenibilità e il ricambio generazionale non sono slogan, ma «temi fondamentali». E ha aggiunto un messaggio di fiducia: «Le mani serviranno ancora. La Puglia è una delle culle di questa capacità, e noi stessi abbiamo investito qui negli ultimi mesi». Un patrimonio che va difeso anche dalla concorrenza sleale: «Ogni giorno arrivano a Roma centinaia di migliaia di pacchi dalla Cina, non controllati e prodotti in spregio di qualsiasi norma chimico-fisica e sanitaria. La nostra catena della sostenibilità sarà un elemento distintivo». Per questo, ha concluso, «servono scuole professionali che tornino a essere un pilastro centrale, senza vergogna».
Sul ruolo del sistema bancario è intervenuto Stefano Gallo, Head of Territorial Development di UniCredit, che ha sottolineato come la moda italiana «esprima un patrimonio unico di competenze, creatività e saper fare artigiano», ma abbia oggi bisogno di strumenti finanziari capaci di accompagnarne l’evoluzione. «Accanto ai temi del capitale circolante e della sostenibilità di filiera, è sempre più importante accompagnare i passaggi generazionali, per garantire continuità e valore al Made in Italy». Gallo ha evidenziato come «valorizzare il talento dei giovani sia ormai un fattore competitivo determinante, soprattutto nei territori più complessi», e come solo «alleanze tra sistema bancario, imprese e istituzioni possano creare le condizioni per uno sviluppo duraturo, capace di trasmettere valore e responsabilità alle nuove generazioni».
A fare da ponte tra il sistema nazionale e il territorio è stato Salvatore Toma, presidente di Confindustria Taranto e vicepresidente di Confindustria Moda con delega al Centro Sud, che ha ricordato come «favorire il confronto fra imprese, istituzioni, sistema accademico, credito e ricerca sia fondamentale per cavalcare le profonde trasformazioni in atto». Toma ha definito la moda «un pilastro economico e culturale del Made in Italy, fondato su tradizione artigianale, qualità dei materiali e innovazione stilistica», un’eccellenza che unisce «il bello al ben fatto». In questo quadro, ha spiegato, «le filiere sostenibili, trasparenti e tracciabili sono ormai indispensabili per essere competitivi sui mercati internazionali». Il convegno ha approfondito anche gli strumenti per l’innovazione e i percorsi ESG, sempre più centrali nelle strategie aziendali.
Uno sguardo operativo e concreto è arrivato da Verdiana Toma, founder e CEO di You’re Up, che ha descritto il tessile come «un settore che vive un momento di difficoltà» e che «ha bisogno di innovarsi». Per Toma, sostenibilità, tracciabilità e trasparenza rappresentano «un’occasione di rivalsa», e Taranto risponde alla crisi «proponendo attività che si inseriscono nel solco delle iniziative nazionali del Made in Italy». You’re Up, attiva dal 2004 nelle fibre tessili sostenibili, ha portato il proprio contributo sul tema dell’eco-design e dei prodotti durevoli: «La moda italiana è creatività, stile, qualità dei tessuti. Ma oggi deve affrontare la sfida di produrre capi utilizzando materiali sostenibili e processi conformi alle nuove normative». Toma ha ricordato che la rivoluzione in corso richiede «un equilibrio tra tradizione e nuove compliance», e che l’adozione del decreto relativo alla gestione del pre-consumo e del post-consumo, «coinvolgerà fortemente tutte le imprese del territorio». Una sfida che, secondo Toma, va affrontata «come un’opportunità, non come una spada di Damocle», anche perché il ricambio generazionale resta un nodo cruciale.
I lavori, articolati in tre tavole rotonde dedicate a Finanza e Impresa, al ruolo dell’Istruzione e alle Strategie per la Filiera, si sono conclusi con gli interventi di Salvatore Toma e Carlo Palmieri, coordinatore del Comitato dei Territori.