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Potrebbe arrivare già domani, venerdì 24 aprile, o al più tardi nei primi giorni della prossima settimana, la visita a Taranto di Michael Flacks, fondatore del fondo statunitense Flacks Group e uno dei due soggetti in corsa per l’acquisizione degli asset di ex Ilva.

L’imprenditore americano, secondo quanto trapela, sarebbe pronto a incontrare il sindaco Piero Bitetti e, successivamente, a visitare gli impianti siderurgici. Se confermata, la presenza di Flacks segnerebbe un nuovo passaggio nella partita per il futuro del polo tarantino, a due settimane dalla visita del 10 aprile della delegazione Jindal guidata da Naveen e Venkatesch Jindal, che allo stesso modo aveva incontrato il primo cittadino prima del sopralluogo nello stabilimento.
Flacks, intanto, è tornato a esporsi pubblicamente, rilasciando dichiarazioni a Sky Tg24 Economia e ai quotidiani Corriere della Sera e Milano Finanza e con Siderweb, principale community italiana dell'acciaio, descrivendo un quadro industriale gravissimo: «Al momento nessuno investirebbe un dollaro in Ilva, è sul letto di morte. O la salvo io o continuerà a costare al governo 100 milioni al mese». Ha ribadito di non essere interessato allo scudo penale né intimorito dalle bonifiche ambientali, ma ha insistito sulla necessità di un prestito ponte da 500 milioni di euro per avviare l’attività: «Lo restituirò, è garantito». Ha aggiunto di essere pronto a investire capitali propri — «100 milioni, 200 milioni» — ma solo con il supporto delle banche, che però «allo stato attuale non metteranno un dollaro».
Sul fronte sociale, dopo il tavolo del 22 aprile al ministero del Lavoro tra Governo, sindacati e commissari di Acciaierie d’Italia, arrivano reazioni preoccupate. L’Usb, con l’intervento di Pietro Pallini, parla di un confronto lungo e infruttuoso, segnato da distanze evidenti sulla copertura necessaria a garantire l’integrazione salariale al 70%. Il sindacato sottolinea che l’azienda non è in grado di assicurare le stesse condizioni previste dagli accordi precedenti e che i lavoratori continueranno a percepire la cigs con integrazione solo fino all’esaurimento dei fondi stanziati per il 2026, pari a 11,4 milioni di euro. Terminata quella dotazione, resterebbe la sola indennità di cigs. Per l’Usb si tratta di un arretramento significativo nelle tutele al reddito, che dovrebbero essere garantite fino a marzo 2027. Il sindacato chiede al Governo di intervenire con misure aggiuntive — dagli incentivi all’esodo al riconoscimento dell’amianto e del lavoro usurante — e avverte che la riduzione delle risorse rischia di riflettersi anche sulla sicurezza degli impianti. Da qui l’invito all’esecutivo ad assumere il controllo della fabbrica e l’annuncio di possibili iniziative di protesta.
Critica anche la posizione dell’Ugl Metalmeccanici, che parla di un ritorno indietro rispetto alle garanzie assicurate dopo il commissariamento del febbraio 2024. Daniele Francescangeli e Alessandro Dipino riferiscono che, con le risorse residue del Decreto-Legge 180/2025, l’integrazione salariale al 70% potrà essere garantita solo fino a ottobre, nonostante la richiesta di cigs arrivi fino al 28 febbraio 2027. I sindacalisti segnalano inoltre l’assenza di disponibilità sul riconoscimento delle ferie per chi è in cigs a zero ore, sull’impiego del personale disponibile e sul pagamento puntuale del welfare. Per l’Ugl si tratta dei primi segnali di un arretramento nei diritti consolidati, frutto di lunghe mediazioni. Anche qui emerge la preoccupazione per la sicurezza, che — osservano — non può essere garantita senza stabilità lavorativa. L’incontro si è chiuso senza accordo, «per la mancanza di prospettive concrete sul piano di ripartenza e sulla vendita degli asset». Da qui l’appello alla politica affinché intervenga per evitare «un’ulteriore sconfitta per il Paese» in una vertenza che dura da anni.

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