CRONACHE TARANTINE
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Da mesi il futuro dell’ex Ilva si consuma in un limbo fatto di trattative, impianti fermi e promesse di transizione che non riescono a trasformarsi in realtà.
Ogni passo avanti sembra compensato da un nuovo rinvio, mentre la città osserva con crescente inquietudine un processo industriale che dovrebbe segnare la rinascita del territorio e che invece continua a rimanere sospeso. In questo scenario, il prestito ponte da 149 milioni di euro — ora operativo grazie alla pubblicazione in Gazzetta ufficiale del decreto attuativo del ministero delle Imprese e del Made in Italy — garantisce ossigeno alle procedure commissariali, ma non scioglie il nodo centrale: l’assenza di un cantiere, il primo segnale tangibile che la decarbonizzazione stia davvero iniziando. È qui che si concentra l’allarme di Confartigianato Taranto, convinta che senza l’avvio immediato del forno elettrico la transizione rischi di restare un esercizio retorico.
Il decreto richiama le note con cui i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia e Ilva, il 14 e il 17 marzo, avevano segnalato «la necessità di urgente erogazione del finanziamento derivante dalla gravissima situazione di crisi di liquidità che riguarda entrambe le procedure, il cui protrarsi potrebbe pregiudicare la prosecuzione delle attività e compromettere l’esito delle trattative in corso per la cessione degli stabilimenti». Nel testo si evidenzia anche la disponibilità degli aspiranti investitori Flacks Group e Jindal Steel International a rimborsare il prestito qualora il ricavato della vendita non fosse sufficiente.
Per Confartigianato Taranto, però, il vero discrimine non è più finanziario ma operativo. «Taranto è circondata da cantieri, ma ne manca uno decisivo: il forno elettrico. Senza quel cantiere, la transizione resta una parola», afferma il segretario generale Fabio Paolillo, che denuncia anni di piani e accordi rimasti senza avvio concreto. Da qui la richiesta di una regia pubblica più forte, capace di assumersi la responsabilità delle scelte e non lasciare la città sospesa nell’attesa delle trattative con gli investitori.
Il modello indicato da Confartigianato è quello di Port Talbot, dove il Regno Unito ha chiuso gli altoforni e avviato un EAF da 3 milioni di tonnellate annue, sostenuto dalla rete elettrica e da un chiaro cofinanziamento pubblico‑privato. «È un modello reale, già finanziato, con tempi certi», osserva Paolillo, ricordando che un forno elettrico richiede energia ma non grandi consumi di gas, a differenza del percorso DRI che imporrebbe nuove infrastrutture e ulteriore pressione sul territorio.
Per Taranto, insiste, l’investimento da 1–1,5 miliardi per un primo EAF è «sostenibile» e potrebbe coinvolgere operatori italiani già leader nel ciclo elettrico. «Se lo Stato continua a investire risorse pubbliche, è legittimo chiedersi perché non rafforzare la filiera nazionale invece di sostenere concorrenti globali».
Paolillo chiede che il forno elettrico diventi un impegno vincolante, da inserire in ogni accordo industriale e da avviare comunque entro l’anno, anche in caso di trattative prolungate. Il nodo più delicato resta quello occupazionale: «La transizione ridurrà il lavoro fino al 60–70%. Serve subito un piano di ricollocazione reale, basato su filiere locali e formazione sul campo».
La conclusione è un appello netto: «Taranto non ha bisogno di altre attese, ma di decisioni. Solo il cantiere del forno elettrico può trasformare la transizione in realtà». Un siderurgico decarbonizzato, aggiunge, «deve diventare una componente del nuovo equilibrio economico del territorio, non più l’unico asse su cui far gravare il futuro della città».