CRONACHE TARANTINE
IL QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE DI TARANTO
Per l’Ilva potrebbe valere, alla perfezione, un vecchio aforisma di Ennio Flaiano: “La situazione è grave ma non seria”.
Nel senso che non si affronta con il rigore necessario, con la giusta responsabilità, la più grande crisi industriale italiana dal secondo dopoguerra ad oggi. I problemi sul tappeto restano tali e quali, nonostante scorrano mesi e anni. Nonostante si continui a giocare con le vite dei lavoratori e delle imprese dell’indotto. Nonostante non si proceda, dopo promesse vane, all’atto di vendita dello stabilimento. E mentre tutto si incancrenisce nel vociare vuoto di una politica che rinvia, sine die, le decisioni risolutive, l’ultimo prestito ponte concesso – 149 milioni di euro maturati dopo una lunga e penosa gestazione – finisce per risolvere poco o niente.
È in questo scenario che arriva la nota di Nicola Convertino, presidente di Aigi, l’associazione che rappresenta l’80% delle aziende dell’indotto ex Ilva. Convertino non usa giri di parole e mette in fila, con nettezza, ciò che molti evitano di dire. «Ridare slancio alla produzione, effettuare i lavori di adeguamento degli impianti, potrà essere fatto soltanto ad una condizione: immettere nel sito produttivo tarantino ingenti risorse di denaro». La politica dei prestiti-ponte, osserva, è un palliativo. E i malati gravi come Ilva non necessitano di cure palliative ma di misure drastiche, definitive, capaci di invertire una rotta che da anni trascina con sé aziende, famiglie, professionalità.
Convertino sottolinea come i 149 milioni di euro «non basteranno a coprire i costi di gestione per i prossimi due mesi». E intanto le imprese dell’indotto continuano a vivere in un limbo che logora: «Avranno difficoltà enormi nel canalizzare ai factoring, ancora una volta, i crediti vantati». Restano irrisolte le questioni delle prededuzioni tardive, così come gli incagli dei crediti con Banca Ifis. Una matassa che nessuno sembra voler sciogliere davvero, mentre il tempo scorre e la tenuta del sistema produttivo si assottiglia.
«Non serve essere un esperto di finanza aziendale per capire come, perdurando questo stato di fatto, sia praticamente impossibile andare avanti», afferma Convertino. E la domanda che pone è tanto semplice quanto inquietante: qualcuno auspica forse che altre aziende chiudano? Che altro personale venga messo per strada? Che Taranto sia condannata a quella che definisce senza esitazioni “macelleria sociale”? Se questo fosse il disegno strategico, aggiunge, «lo si dica una volta per tutte. Senza celarsi dietro la foglia di fico di un’improvvisazione che rende grave, ma non seria, la travagliata vicenda del siderurgico pugliese».
Il presidente di Aigi chiude così un atto d’accusa che è anche un appello alla responsabilità. Perché la situazione è grave, sì. Ma non può più permettersi di essere non seria. Taranto, i suoi lavoratori, le sue imprese meritano una verità chiara, una direzione precisa, una decisione che non sia l’ennesima toppa su una falla che ormai non si può più ignorare.