CRONACHE TARANTINE
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La Cattedrale di San Cataldo era immersa in una luce morbida, quella che precede i grandi gesti collettivi, quando la città sembra trattenere il respiro.
Nel silenzio denso della navata, tra i volti raccolti e l’attesa composta, la statua del patrono avanzava lentamente verso il centro della scena, pronta a essere consegnata alle autorità cittadine secondo l’antico rito de ’U Pregge. È in questo clima di memoria, responsabilità e devozione che l’arcivescovo di Taranto, mons. Ciro Miniero, ha pronunciato un messaggio che ha attraversato la basilica come un invito alla corresponsabilità e alla speranza.
«L’icona biblica della moltiplicazione dei pani e dei pesci è il brano ispiratore per la nostra Chiesa di Taranto», ha esordito, richiamando l’immagine dei discepoli che, di fronte alla fame della folla, si arrendono alla sproporzione tra bisogni e risorse. «La frase “non abbiamo che soli cinque pani e due pesci” si oppone alla fame in maniera definitiva», ha spiegato, sottolineando come quella frustrazione sia la stessa che spesso attraversa le comunità quando i problemi sembrano troppo grandi per essere affrontati.
Mons. Miniero ha invitato a guardare la città con lo sguardo di Cristo, «uno sguardo che non si discosta dalla fame, dai bisogni, dalle emergenze», ma che si fa carico delle fragilità. «La fame della folla lo riguarda, la sente come sua. E invita i discepoli a fare altrettanto». Da qui il richiamo alla testimonianza di San Cataldo, «segno della premura di Dio», e alla logica evangelica secondo cui il miracolo nasce sempre dalla generosità, anche minima, di chi mette a disposizione ciò che ha: «Io ho solo cinque pani e due pesci, ma li metto a disposizione di Dio».
Il vescovo ha ricordato che la città ha fame di «pane della salute, del lavoro, della giustizia» e oggi più che mai di pace. Ma la risposta non può essere delegata: «Ci dovrebbe pensare il sindaco, ci dovrebbe pensare la politica, ci dovrebbe pensare Dio… Nel Vangelo non funziona così». Ogni cittadino, ha detto, è chiamato a essere una goccia nel mare, una pietra viva nella costruzione della comunità. «Una città ha bisogno dei suoi cittadini. Una Chiesa ha bisogno di ogni singola pietra viva».
Il miracolo, ha insistito, non avviene nella teoria ma nell’azione: «L’abbondanza delle ceste non si palesa subito dopo la preghiera di Gesù, ma nel mentre i discepoli principiano nella distribuzione». Per questo l’arcivescovo ha rivolto un appello forte: «San Cataldo ci spinga fuori dalle secche della paralisi sociale, dall’immobilismo del lamento. A tutti i livelli ci faccia sentire corresponsabili del benessere altrui». E ancora: «Insegni a servire questa terra, questo popolo, e non a servircene».
Nel cuore della celebrazione, davanti al sindaco Piero Bitetti, mons. Miniero ha richiamato anche l’invito evangelico a non sprecare nulla: «Raccogliete i pezzi avanzati». Ogni risorsa, ogni gesto, ogni impegno, ha detto, è un dono prezioso che può generare abbondanza.
Poi, rivolgendosi direttamente al primo cittadino, ha concluso: «Carissimo signor Sindaco, l’occasione della festa è sempre incoraggiamento per ciascuno di noi per ripartire. Ringraziamo il Signore per la strada che ci mette innanzi come opportunità di riscoprirci famiglia di uomini e donne che costruiscono la città».
Un augurio che, nella solennità della Cattedrale, è risuonato come un impegno collettivo: Taranto può moltiplicare il suo futuro solo se ognuno metterà nelle mani della comunità quel poco o quel molto che possiede.