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Nel suggestivo Salone dei Vescovi, dove la luce accarezza le tele antiche e il silenzio sembra custodire secoli di memoria, questa mattina si è tenuto il convegno “Disarmare le parole”, un incontro che ha intrecciato spiritualità, responsabilità civile e dialogo in un momento in cui Taranto, ferita dall’omicidio avvenuto all’alba in città vecchia, aveva più che mai bisogno di interrogarsi sul peso di ciò che si dice e di ciò che si tace.

L’arcivescovo di Taranto, mons. Ciro Miniero, ha portato gli indirizzi di saluto ai partecipanti, aprendo un confronto che ha visto seduti allo stesso tavolo Massimo Ferrarese per i Giochi del Mediterraneo, il sociologo Massimiliano Padula, frate Ibrahim Faltas, direttore della Terra Santa School, e l’operatore umanitario Gennaro Giudetti, coordinati da Mimmo Mazza e Marina Luzzi.
Il tema, già nel titolo, ha tracciato la direzione del dialogo. Don Emanuele Ferro, parroco della Cattedrale di San Cataldo, ha spiegato che «il titolo è già tutto un programma, un modo per educare a utilizzare meglio le parole, a capirne la valenza, perché le parole possono essere armi». Ha ricordato una frase del Vangelo che lo ha sempre colpito: «È quello che esce dal cuore dell’uomo, ciò che esce dalla bocca, ad essere nocivo per la convivenza». Per questo, ha aggiunto, «disarmare significa imparare a parlare da un’abbondanza del cuore, non da ciò che porta fuori cattiveria e odio». Ha sottolineato come le parole «possano non essere armate, ma possano armare», e come questo sia evidente «nelle comunicazioni che arrivano dal mondo della politica, delle istituzioni e dai social». Per lui, la sfida è chiara: «Imparare a utilizzare la parola come linguaggio di pace è fondamentale, soprattutto nell’ambito dei festeggiamenti del nostro santo patrono, che le parole sapeva usarle». San Cataldo, ha ricordato, «è un evangelizzatore, e l’evangelizzazione passa dalla buona notizia, che è Cristo e il nostro essere figli di Dio, con uguale dignità e uguali diritti». Ma ha anche avvertito che «questa non è una parola inoffensiva: chi vive nelle tenebre odia il Vangelo». Eppure, ha concluso, «grazie a San Cataldo questo annuncio rimane un solco aperto, una strada da percorrere». Poi, con voce più grave, ha richiamato l’omicidio avvenuto poche ore prima: «Purtroppo i festeggiamenti sono stati funestati da quanto accaduto questa mattina, e questo rivela la vulnerabilità di una città che ha bisogno delle sue sicurezze. Non conosco ancora la dinamica dei fatti, ma già si apre un grande punto di domanda sul futuro di questa comunità e sui suoi bisogni».
Sul valore delle parole nella comunicazione pubblica è intervenuto anche Vito Bruno, direttore di Arpa Puglia sede di Taranto, che ha ricordato quanto sia delicato il linguaggio quando si parla di ambiente e salute. «Noi produciamo dati e informazioni, ma i dati vanno comunicati in maniera scientifica, senza creare inutili allarmismi e senza distorcere la percezione dei rischi», ha detto. Ha parlato della necessità di «un’ecologia del linguaggio», perché termini impropri possono generare stigma: «Quando parliamo di bomba ecologica o di terra dei fuochi, usiamo parole che non sempre sono adeguate e che possono marchiare un territorio, influenzare il turismo, l’immagine di una comunità». Ha ricordato che Taranto «non può essere identificata solo con la diossina», perché «è una città con straordinarie potenzialità, un porto importante, una realtà proiettata nel Mediterraneo». Per questo, ha concluso, «ambiente, salute ed economia non devono essere posti in conflitto, ma integrati: una comunità cresce solo se questi tre elementi camminano insieme».
Il sociologo Massimiliano Padula ha portato nel dibattito una riflessione sul ruolo della propaganda, spiegando che «non c’è un’evoluzione cronologica lineare: l’evoluzione tecnologica fagocita e rielabora concetti già presenti». Ha osservato che «oggi, anche attraverso il digitale, si può fare propaganda», e che spesso «un sinonimo di propaganda è la disintermediazione». Per questo, ha detto, «noi dobbiamo farci mediatori», ma una mediazione che «non è più soltanto istituzionale». Ha posto una domanda cruciale: «Chi racconta la guerra attraverso i suoi occhi? Un soldato con la bodycam sta raccontando la guerra? Un drone che riprende dall’alto sta raccontando la guerra?». E ha invitato a riflettere sul rapporto tra «narrazione istituzionale e rappresentazioni dal basso», un nodo che riguarda direttamente chi opera nell’informazione.
Il presidente del Comitato organizzatore dei Giochi del Mediterraneo, Massimo Ferrarese, ha portato nel dibattito la prospettiva dello sport come linguaggio universale. «Stiamo realizzando qualcosa di eccezionale che Taranto sognava, e il sogno oggi sta diventando realtà», ha detto. Per lui, “disarmare le parole” è anche «un invito a essere più tranquilli nel modo di esprimerci, perché si parte dalle parole e poi si arriva alle guerre». Ha raccontato di aver sempre cercato, nella sua vita, «di mantenere basse le parole, perché attraverso il rispetto si possono fare grandi passi avanti e arrivare alla pace». Lo sport, ha ricordato, «non ha bisogno di parlare la lingua degli altri: ci si capisce giocando, nella competizione sana». E ha aggiunto che questo dovrebbe essere «un insegnamento per molti capi di Stato che invece ci portano al fronte». I Giochi del Mediterraneo, ha detto, «possono essere un ponte aperto, come il nostro ponte girevole, verso i popoli del Mediterraneo, per portare avanti il concetto di pace». E ha concluso con uno sguardo ai giovani: «L’eredità che lasceremo sarà la possibilità, attraverso lo sport e gli impianti, di offrire ai ragazzi alternative sane, ciò che le famiglie desiderano per il loro futuro».
Infine, l’operatore umanitario Gennaro Giudetti ha riportato l’attenzione sull’educazione alla pace. «Le parole si disarmano con i fatti concreti e con un’educazione alla pace», ha detto, sottolineando che «bisogna iniziare dalle scuole, portare queste tematiche ai giovani». Ha ricordato che «i giovani sono spesso vittime dei social, ma sono anche le prime vittime delle guerre», mentre «a decidere i conflitti è un gruppo di vecchi, con un’età media altissima». Ha insistito sulla necessità di «cambiare questa abitudine», e ha riconosciuto che oggi «le immagini parlano più delle parole», perché «la gente legge meno, si annoia davanti a tre pagine di comunicato, mentre una foto o un video riassumono tutto». Per questo, ha detto, «anche il giornalismo deve adattarsi: è un momento storico negativo, una tempesta, ma se vogliamo vedere l’arcobaleno dobbiamo lasciar passare la tempesta».
Nel Salone dei Vescovi, tra parole che hanno cercato di farsi ponti e non lame, Taranto ha provato a guardarsi dentro, proprio mentre fuori la città faceva i conti con la fragilità della sua convivenza. Un dialogo che non si è chiuso con l’evento ma che resta aperto come una necessità urgente.

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