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Proseguono a ritmo serrato le indagini per risalire agli autori dell’omicidio che nelle prime ore di sabato 9 maggio è costato la vita a Bakary Sako, 35 anni, originario della Repubblica del Mali.
Il giovane, un lavoratore incensurato e conosciuto per la sua correttezza, è stato vittima di una sanguinosa aggressione in piazza Fontana, mentre si apprestava a raggiungere il luogo di lavoro. Gli investigatori stanno passando al setaccio i filmati delle telecamere presenti nella zona per dare un volto e un nome all’aggressore o agli aggressori. Da una prima ipotesi, infatti, sembrerebbe che a colpire il giovane maliano possa essere stato un gruppo di ragazzi presenti in quell’area nelle stesse ore.
La morte di Bakary ha scosso profondamente la città, generando dolore, indignazione e un’ondata di testimonianze che restituiscono la sua storia, la sua dignità, la sua umanità. Tra le prime voci a levarsi c’è quella dell’associazione Babele, che in un post pubblicato sulla propria pagina Facebook, corredato dalla foto del giovane, ha scritto: «Un giovane lavoratore ucciso mentre aspettava di andare in campagna a guadagnare pochi soldi. Non uno straniero, ma un uomo con un nome e cognome, Bakary Sako, un lavoratore, incensurato, irreprensibile, che pagava tasse, affitto, e che manteneva la sua famiglia. Ucciso senza motivo. Ci auguriamo che i responsabili siano individuati al più presto. Ci uniamo al dolore della famiglia e degli amici».
Parole che restituiscono la misura di una perdita che non riguarda solo una comunità, ma l’intera città. Una ferita che chiama responsabilità, vicinanza, riflessione. Lo ha sottolineato anche il presidente del Consiglio comunale, Gianni Liviano, che ha affidato a una nota il suo pensiero: «La tragica uccisione di Bakari Sako, giovane uomo originario del Mali, avvenuta ieri nella nostra città, in Piazza Fontana ci colpisce profondamente e scuote la coscienza della nostra comunità. Di fronte a una vita spezzata in modo così brutale, il primo sentimento è quello del dolore umano e della vicinanza a chi oggi piange questa perdita: ai suoi familiari, agli amici, alla comunità maliana e a tutte le persone che vivono nel nostro territorio cercando dignità, sicurezza e futuro».
Liviano ha poi espresso una condanna netta e senza attenuanti: «Sento il dovere di esprimere una ferma condanna verso ogni forma di violenza, odio, sopraffazione e disprezzo della vita umana. Nessuna periferia sociale, nessun disagio, nessuna rabbia può trasformarsi in giustificazione della violenza. La comunità che vogliamo costruire è un’altra cosa. È una comunità fondata sul rispetto della persona, sulla solidarietà, sull’accoglienza e sulla convivenza civile. Una comunità che non lascia spazio all’indifferenza, alla cultura della violenza o alla disumanizzazione dell’altro».
Un richiamo forte, che diventa anche un impegno collettivo: «Chi arriva nel nostro Paese e nelle nostre città in cerca di pace, lavoro e speranza deve sentirsi parte di una comunità che tutela i diritti e riconosce il valore di ogni vita umana, senza distinzione di origine, colore della pelle o condizione sociale. Oggi più che mai abbiamo bisogno di educazione al rispetto, di responsabilità collettiva e di un impegno forte delle istituzioni, della scuola, delle famiglie e della società civile per contrastare il degrado culturale e umano che genera violenza».
Mentre le indagini proseguono e la città attende risposte, resta il volto di Bakary Sako, il suo nome, la sua storia. Resta il dolore di chi lo conosceva e la responsabilità di una comunità chiamata a non voltarsi dall’altra parte.