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Taranto si è svegliata più volte, negli ultimi giorni, con la sensazione di essere una città che non riesce più a proteggere se stessa.

La morte di Bakary Sako, bracciante maliano di 35 anni ucciso all’alba mentre andava a lavorare, non è solo un fatto di cronaca: è una ferita che attraversa il tessuto civile, culturale e sociale del capoluogo ionico, mettendo a nudo fragilità che da anni covano sotto la superficie. Una città che ha conosciuto l’incontro tra popoli e culture, che ha costruito la propria identità sul Mediterraneo e sul dialogo, oggi si ritrova a interrogarsi sul proprio presente e sul proprio futuro.
Il Coordinamento Cultura di Confcommercio Taranto parla di un dolore che non può essere taciuto da chi opera quotidianamente nella promozione culturale e civile del territorio. «La rigenerazione di una città non è solo recupero di spazi o architetture, ma capacità di custodire la vita umana, il rispetto reciproco, il senso della comunità», affermano, ricordando come la Città Vecchia sia da sempre un crocevia di umanità differenti. Per questo, aggiungono, quanto accaduto «ferisce profondamente tutti coloro che credono in una Taranto aperta, inclusiva e culturalmente viva». Da qui l’adesione convinta al presidio cittadino in Piazza Fontana, perché «Taranto non può lasciare spazio all’odio, all’indifferenza o alla discriminazione».
A questa lettura culturale e civile si intreccia quella politica e sociale di Laura Di Santo, componente della segreteria nazionale di Avanti-Psi, che allarga lo sguardo alle radici profonde del disagio. «Il contesto è l’abbandono, il deserto affettivo, la fine delle speranze», osserva, ricordando come Taranto fosse, negli anni Novanta, una città che attirava professionisti, operai, investimenti, ambizioni. Oggi, invece, «si raccolgono i cocci dei sogni di gloria distrutti», mentre nei quartieri popolari «si vive di disoccupazione, lavoro nero, mercati illegali e pensioni dei nonni». In questo scenario, gli adolescenti delle periferie restano i più esposti, «quelli cui nessuno pensa». Per Di Santo serve una «drastica inversione di tendenza», con investimenti nelle periferie e percorsi che restituiscano ai giovani «formazione, lavoro e soprattutto speranza». E non dimentica la vittima: «Bakary Sako era venuto qui per sfuggire alla violenza e ha trovato la stessa morte da cui era scappato. Ditelo a quelli che si sentono di una razza superiore».
Sul fronte istituzionale, l’on. Dario Iaia di Fratelli d’Italia parla apertamente di «emergenza giovanile» dopo l’omicidio di Bakary e il recente accoltellamento di un ventitreenne da parte di un sedicenne. «Non si tratta di fatti isolati», afferma, lodando la tempestività delle Forze dell’Ordine ma sottolineando che «la sola risposta giudiziaria non basta». Per Iaia occorre agire su prevenzione e repressione, con controlli più efficaci e protocolli locali che mettano in rete scuole, servizi sociali, Procura minorile e famiglie. Da qui la proposta di un “Tavolo Sicurezza Giovani” a Taranto, uno strumento che coinvolga istituzioni, associazioni, parrocchie e categorie produttive: «La sicurezza dei nostri ragazzi è una responsabilità collettiva alla quale nessuno può sottrarsi. Dobbiamo intervenire ora, tutti insieme».
Infine, la voce di PeaceLink richiama con forza la dimensione culturale e umana della tragedia. «La violenza razzista ha colpito ancora», scrivono, ricordando che Bakary «aveva una famiglia da mantenere, una vita e un futuro da costruire». L’associazione fa proprie le parole della procuratrice capo Eugenia Pontassuglia: «Non ci sono decreti sicurezza che tengano… dobbiamo cambiare la cultura». Una frase che, per PeaceLink, indica la radice del problema: nessuna legge penale può spezzare la catena dell’odio se non si interviene nella quotidianità, nelle relazioni, nelle scuole, nei luoghi di vita. Da qui la solidarietà alla famiglia della vittima e l’invito a partecipare al presidio del 14 maggio: «Taranto non restare in silenzio».
Le parole di associazioni, politica, mondo culturale e attivismo civile compongono un’unica immagine: quella di una città che non può più permettersi di ignorare le proprie fratture. La morte di Bakary Sako riguarda tutti, perché parla di ciò che Taranto è diventata e di ciò che potrebbe ancora essere. Una città che ha conosciuto la grandezza e la crisi, l’incontro e la solitudine, oggi è chiamata a scegliere se restare spettatrice o tornare comunità.

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