CRONACHE TARANTINE
IL QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE DI TARANTO
La pioggia è arrivata all’improvviso, quando piazza Fontana era già piena. Non ha disperso nessuno. Non ha fatto arretrare nessuno.
È caduta forte, improvvisa, quasi violenta, come se il cielo stesso avesse deciso di unirsi al dolore della città vecchia. Sembrava piangere con Taranto, come se quelle gocce volessero lavare via il sangue versato all’alba del 9 maggio e, almeno per un istante, sostituirlo con l’idea — solo l’idea, non un arcobaleno reale — di un futuro diverso, più umano, più giusto. Poi la pioggia si è fermata, ma la piazza no: è rimasta lì, compatta, densa, viva, pronta a pronunciare un nome che nessuno vuole dimenticare. Sako Bakary.
La manifestazione, promossa dal Coordinamento Libera Taranto, dall’Associazione Babele APS, da Mediterranea Saving Humans Taranto e dalla Comunità africana di Taranto e provincia, ha raccolto il mondo dell’associazionismo, i sindacati, rappresentanti delle istituzioni e soprattutto le tante associazioni di cittadini africani che vivono e lavorano nel territorio. C’era anche don Emanuele Ferro, parroco della cattedrale di San Cataldo, che nei giorni scorsi aveva parlato con parole dure e insieme cariche di civismo, ricordando che Taranto è anche accoglienza, relazione, responsabilità.
Tra la folla, in silenzio, c’era il fratello di Bakary. Scosso, incapace di parlare. «Non ci sono più parole», ha sussurrato a chi gli era vicino. E forse aveva ragione: a volte le parole non bastano. Per questo la piazza ha parlato con la voce collettiva dei cori che più volte si sono levati in alto: «Bakary, Bakary, Bakary» e poi «Giustizia, giustizia, giustizia». Un grido che non chiedeva vendetta, ma verità, dignità, memoria.
Sul palco, Ydrissa, responsabile della comunità maliana di Brindisi, ha ringraziato Taranto per la risposta arrivata dopo giorni di dolore: «Grazie a Taranto. Grazie per questa risposta. Avete dimostrato coraggio». Ha voluto parlare anche nella lingua dei genitori di Bakary, che dall’Africa seguivano la manifestazione: «Ci hanno chiesto di dire qualcosa nella nostra lingua, perché possano comprendere ciò che stiamo facendo». Poi ha alzato la voce: «Forza! Dimostriamo che noi non abbiamo paura della criminalità. Hanno ucciso uno di noi, ma noi siamo qui per rappresentarlo davanti alla giustizia». E ha denunciato chi, sui social, «semina odio tra persone povere che non pensano che a lavorare», ricordando che la violenza non nasce dal nulla, ma da un clima avvelenato che va spezzato.
Accanto a lui, Remo Pezzuto, coordinatore di Libera Taranto, ha parlato alla città guardandola negli occhi: «Siamo qui per interrogarci come comunità. Che cosa sta diventando Taranto? E soprattutto: che cosa vogliamo che diventi?». Ha ricordato Bakary come «un uomo di 35 anni, un bracciante agricolo del Mali, che si alzava all’alba per andare a lavorare. Aveva scelto la strada più difficile e dignitosa: quella della fatica e della responsabilità». Eppure quella vita «è stata spezzata con una violenza brutale». Le indagini, ha detto, «ci stanno raccontando una verità che fa ancora più male: dietro questo omicidio ci sono giovanissimi ragazzi». Per Pezzuto, questa non è solo una vicenda criminale: «È una sconfitta collettiva, il segno di una ferita sociale, educativa e culturale profondissima».
Ha parlato di un limite che si è rotto: «Si è rotto il rispetto della vita umana, il valore dell’altro». E ha denunciato l’abbandono sociale in cui crescono tanti ragazzi: «La violenza nasce nell’assenza di opportunità, nella povertà educativa, nella solitudine». Ha ricordato che quando una persona «smette di essere vista come un essere umano e diventa solo uno straniero, un immigrato, un altro, allora diventa più facile colpirla. E più facile accettare persino l’orrore». Bakary, ha detto, «non era un numero, non era uno slogan. Aveva sogni, paure, affetti, dignità. Aveva il diritto di vivere e di sentirsi al sicuro in questa città».
Per questo, ha insistito, il presidio «deve essere più di una commemorazione: deve essere una scelta collettiva». Una scelta che dica chiaramente che «a Taranto non c’è spazio per il razzismo, non c’è spazio per la violenza, non c’è spazio per la cultura criminale che ruba il futuro ai giovani». Ha ringraziato le associazioni, gli educatori, le parrocchie, i volontari che ogni giorno «aprono spazi di umanità nei quartieri più difficili», impedendo che tanti ragazzi vengano lasciati soli. Ma ha aggiunto che «tutto questo non basta più». Serve «un patto sociale», serve ricostruire legami, investire nei giovani, restituire dignità ai quartieri, creare opportunità vere. «Dobbiamo impedire che la violenza diventi il linguaggio dei nostri ragazzi», ha detto. «Il contrario della violenza non è solo la legalità: è il senso di comunità».
Poi ha citato una frase del Teatro degli Orrori: «È nell’indifferenza che un uomo muore davvero». E ha concluso: «Noi oggi siamo qui per rifiutare l’indifferenza. Per dire che la vita di Bakary conta. Conta la sua dignità, conta la nostra umanità. Taranto deve scegliere da che parte stare. E questa piazza, questa sera, ha scelto la parte giusta: quella della giustizia, della solidarietà, della libertà, della pace».