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Cosa sta accadendo davvero nel cantiere del dissalatore che dovrà prelevare le acque dal fiume Tara?
È la domanda che torna a circolare con insistenza dopo che Luciano Manna di VeraLeaks e l’ambientalista Vincenzo Fornaro hanno segnalato un nuovo episodio che riaccende l’attenzione su un’opera già contestata per impatti e criticità. A far scattare l’allarme è stato il ritrovamento di un cartello di sequestro apposto dallo Spesal nell’area interessata dalla posa della tubazione che dovrà convogliare l’acqua trattata verso il serbatoio a monte.
Secondo quanto riferito, il foglio che attesta il sequestro delle attrezzature ai sensi dell’articolo 354 del codice di procedura penale «era probabilmente lì da qualche giorno», ma è stato notato solo questa mattina da Fornaro mentre si trovava a passeggio con il suo cavallo. L’area in questione si trova tra i terreni della masseria Carmine e la pineta della gravina di Mazzaracchio, in un punto del tracciato in cui il cantiere del dissalatore incrocia la rete Snam. È qui che, oltre al cartello e alla zona delimitata, sono stati osservati alcuni operatori di una ditta privata impegnati in rilievi ambientali e campionamenti dei terreni.
«Cosa accade quindi nel cantiere del dissalatore che preleva le acque dal fiume Tara?» si chiedono Manna e Fornaro, che da mesi seguono passo dopo passo l’evoluzione dei lavori. I due attivisti ricordano come l’opera, «sin dall’inizio, già in fase progettuale», sia apparsa «notevolmente invasiva e impattante sulla macchia mediterranea», un ecosistema già «seriamente compromesso dalle attività industriali» e oggi ulteriormente esposto a interventi che, a loro giudizio, «sembrano frutto di un accanimento nel nome di un progresso che non sembra utile alla società».
La critica non riguarda solo l’impatto ambientale, ma anche il metodo. «Si continua a escludere la comunità dalle decisioni sul territorio che vive», affermano, sottolineando come la mancanza di trasparenza e di informazioni puntuali alimenti dubbi e preoccupazioni. Il sequestro dell’area, i rilievi in corso e l’assenza di comunicazioni ufficiali contribuiscono a rendere ancora più opaco un cantiere che già da tempo suscita contestazioni e richieste di chiarimento.
Per Manna e Fornaro, la vicenda del dissalatore è il simbolo di un rapporto irrisolto tra territorio, istituzioni e grandi opere: un equilibrio fragile in cui ogni intervento rischia di trasformarsi in un ulteriore carico su un ambiente che ha già pagato un prezzo altissimo. Taranto, ancora una volta, osserva e attende risposte.
