CRONACHE TARANTINE
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C’è un dato che pesa come un macigno sulla città di Taranto e che, al Festival dell’Economia di Trento, è stato restituito con la freddezza delle classifiche: la provincia ionica è ultima in Italia per qualità della vita dei giovani.
Un risultato che non sorprende l’Aigi, l’associazione che rappresenta l’80% delle aziende dell’indotto ex Ilva. «Non siamo sorpresi. Siamo, semmai, amareggiati», affermano. Perché quei numeri, spiegano, «raccontano anche la nostra storia».
La fotografia scattata dal Sole 24 Ore è impietosa. La disoccupazione tra gli under 35 raggiunge il 44%, oltre dieci punti sopra Agrigento. «Non è un’astrazione statistica», sottolinea l’associazione, «ma il volto concreto di migliaia di giovani che hanno visto i propri padri perdere il lavoro nelle imprese di appalto dello stabilimento siderurgico e che oggi non trovano sbocchi nella città in cui sono nati». Il tasso di occupazione complessivo si ferma al 24,6%, il peggiore d’Italia. Un abisso che le imprese dell’indotto conoscono bene: la crisi di Acciaierie d’Italia non ha colpito solo i lavoratori diretti ma «ha travolto l’intera filiera, centinaia di piccole e medie imprese locali, famiglie che per generazioni avevano costruito la propria esistenza intorno al ciclo dell’acciaio».
Già nella classifica annuale 2025 Taranto aveva perso cinque posizioni, scendendo al 99° posto su 107 province, con un crollo nella categoria Ricchezza e Consumi. «Non è una coincidenza», osserva Aigi. «I consumi crollano quando le imprese chiudono, quando i cantieri si fermano, quando i contratti di appalto non vengono rinnovati o vengono rescissi senza preavviso». È un meccanismo semplice e crudele: meno lavoro significa meno reddito, meno reddito significa meno spesa, e meno spesa significa un’economia che si spegne.
Per l’associazione, la radice del problema è chiara: «Non esiste piano di rilancio credibile per Taranto che prescinda da una soluzione industriale ambientalizzata chiara e definitiva per il sito siderurgico». Ogni mese di incertezza, spiegano, «si traduce in contratti non rinnovati, in maestranze disperse, in giovani che emigrano o restano senza prospettive». La crisi dell’acciaio non è un capitolo chiuso ma una ferita aperta che continua a produrre effetti a catena.
Il quadro nazionale restituito dalla ricerca mostra un Paese spaccato, con il Nord che domina le classifiche e il Sud relegato in coda. «Questo divario si chiude solo con il lavoro», afferma Aigi, «e il lavoro, a Taranto, passa ancora — e necessariamente — attraverso la ripresa del ciclo produttivo dell’acciaio e la tutela delle imprese che in quella filiera operano ogni giorno».
Da qui la richiesta al Governo di risposte immediate e non più rinviabili: «Serve un piano industriale per Acciaierie d’Italia che garantisca continuità agli appalti, misure di sostegno straordinario per le imprese colpite dalla crisi e una visione di lungo periodo per la riconversione e la diversificazione economica del territorio ionico». Perché Taranto ultima per i giovani, concludono, «è una vergogna nazionale. Non un’emergenza locale da gestire ma un fallimento di sistema da correggere. Subito».