CRONACHE TARANTINE
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Nel pomeriggio, nella sala luminosa del Circolo Ufficiali della Marina Militare, il brusio si è trasformato lentamente in ascolto. Il primo giorno del Salone Mediterraneo delle Imprese ha trovato nel panel dedicato a “Il turismo agroalimentare come leva di sviluppo per Taranto” uno dei suoi momenti più intensi: un confronto vivo, appassionato, a tratti persino intimo, coordinato con eleganza e ritmo da Simona Giorgi.
Un dialogo che non ha parlato soltanto di cibo, ma di identità, di futuro, di ciò che un territorio può diventare quando decide di guardarsi con sincerità e ambizione.
Pierfelice Rosato, docente di Economia e gestione delle imprese dell’Università di Bari, ha aperto il confronto con una riflessione che ha subito spostato l’asse del dibattito: «Il turismo enogastronomico non può essere pensato con la logica dell’ombelico del mondo. Taranto ha prodotti straordinari, certo, ma questo vale per ogni angolo d’Italia. La vera sfida è costruire un processo manageriale di sistema». Rosato ha insistito sulla necessità di superare l’idea che bastino qualità e narrazione: «Non è il cibo in sé a generare sviluppo, ma la capacità di trasformarlo in esperienza, professionalità, organizzazione, politiche condivise. Da soli non si va da nessuna parte».
Il professore ha poi distinto due forme di turismo enogastronomico: quello “puro”, in cui il viaggio nasce per il cibo, e quello “di rinforzo”, che arricchisce altre motivazioni di viaggio. «Su quest’ultimo siamo avanti, ma sul primo siamo molto indietro. E senza una logica di sistema non diventeremo mai una destinazione».
Dal mondo accademico a quello della ristorazione, il passaggio è stato naturale. Roberto Calugi, direttore di Fipe Italia, ha portato la prospettiva di chi vive ogni giorno la filiera dell’ospitalità: «La ristorazione italiana è un patrimonio culturale ed economico enorme: 120mila imprese, un milione e mezzo di lavoratori. È la principale catena del valore agroalimentare del Paese». Calugi ha ricordato come il cibo sia un linguaggio identitario: «Noi italiani non mangiamo, conviviamo. Nutriamo l’anima. E quando un turista si siede a tavola, compie un viaggio nel territorio».
Eppure, anche qui, la parola chiave è consapevolezza: «Dobbiamo smettere di dare per scontata la nostra ricchezza. La ristorazione può essere un driver straordinario di sviluppo, ma solo se si punta su qualità, prodotti locali, filiere corte. Non è un caso che persino le grandi catene, in Italia, usino pomodori Pachino o Asiago: è la nostra identità che fa la differenza».
Il racconto si è poi spostato sul ruolo delle comunità e dei territori grazie all’intervento di Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia, che ha portato la visione più umana e culturale del cibo: «I presìdi non sono importanti solo perché producono eccellenze, ma perché tengono vivi i luoghi: le botteghe restano aperte, i pulmini della scuola continuano a passare, i bar non chiudono. Un territorio vive se è abitato». Nappini ha ricordato l’eredità di Carlo Petrini: «Sognare con concretezza. Lanciare il sasso lontano, ma con i piedi nella terra».
Infine, il panel ha trovato una chiusura inaspettata e potentissima con l’intervento di Rodolfo Sardone, dirigente dell’Asl di Taranto, che ha riportato il tema del turismo agroalimentare alla sua radice più profonda: la salute. «Il modello di turismo influenza la dieta, e la dieta influenza la salute. Dove il turismo è omologato, anche le abitudini alimentari della popolazione si omologano». Sardone ha spiegato come la perdita di biodiversità alimentare incida sul microbiota e quindi sul rischio di malattie: «Più la dieta è variegata, più il microbiota è diversificato. E questo protegge da patologie cardiovascolari e tumori. Accorciare la filiera significa migliorare la qualità del cibo e, di conseguenza, la salute».
Il suo messaggio finale ha riportato tutti al cuore del tema: «Il turismo non fa male. È il modello di turismo che può farlo. Serve un turismo sostenibile anche dal punto di vista enogastronomico».
Il panel si è chiuso tra applausi convinti. Non solo per la qualità degli interventi, ma per la sensazione condivisa che Taranto, se saprà fare sistema, potrà davvero trasformare il suo patrimonio agroalimentare in una leva di sviluppo, cultura e benessere. Un futuro possibile, che oggi è sembrato un po’ più vicino.