CRONACHE TARANTINE
IL QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE DI TARANTO
È stato un effervescente Tommaso Labate, giornalista e conduttore televisivo, introdotto dal collega e professore della Luiss Guido Carli Francesco Giorgino, ad aprire nella piazza d’armi del Castello Aragonese l’ultimo panel tenutosi nei giorni scorsi della terza giornata del Salone Mediterraneo dell’Impresa organizzato da Confcommercio Taranto.
Il tema – “Identità territoriale, talenti e nuove opportunità imprenditoriali per attrarre e competere nell’era globale” – ha fatto da cornice a un confronto serrato che ha coinvolto, oltre a Labate, Luciana Di Bisceglie, presidente di Unioncamere Puglia, Carlo Fontana, presidente di Impresa Cultura Italia, Stefano Landi, destination manager del Comune di Napoli, e Andrea Ciaramella, professore del Politecnico di Milano.
Labate ha aperto con una riflessione personale e insieme simbolica: «Taranto è una città che ho sempre sentito vicina, anche da lontano. Tutte le strade della mia infanzia portavano qui». Ha raccontato la soddisfazione provata quando un ascoltatore del suo programma radiofonico, dopo aver ascoltato le sue parole sulla città, gli scrisse: “Sono andato a Taranto. Grazie”. Da qui la domanda centrale: come trasformare questa bellezza in futuro? «Viviamo in un’epoca in cui 2.500 anni di storia ci sembrano uguali, mentre quattro anni di innovazione – dall’intelligenza artificiale in poi – cambiano tutto. Taranto rappresenta meglio di ogni altra città questo cortocircuito tra passato e contemporaneità».
Richiamando Dino Buzzati e il suo celebre reportage sull’arrivo dell’Italsider, Labate ha ricordato come la città sia stata per decenni sospesa «tra la sonnolenza del passato e la brutalità del futuro». Oggi, ha detto, la sfida è immaginare «un punto della storia in cui il mare e l’acciaio non litigano più». E ha aggiunto: «Molto spesso, nel Sud, manca la soggettività: la consapevolezza che le condizioni per restare possiamo crearle noi».
Il passaggio di testimone è arrivato naturale a Carlo Fontana, che ha portato la prospettiva della cultura come leva economica e identitaria. «Il 41% delle coppie intervistate nel nostro sondaggio ha dichiarato che il sogno di San Valentino è un weekend culturale», ha spiegato. «La cultura è tornata a essere un’esperienza condivisa, un bisogno di comunità». Fontana ha ricordato la sua lunga frequentazione del Festival della Valle d’Itria: «Grazie a Martina Franca ho scoperto un territorio meraviglioso». Da qui la proposta: «Bisogna combattere il turismo mordi e fuggi. Servono esperienze culturali pensate per chi arriva, e serve formazione permanente per gli operatori locali. Solo così si crea un indotto vero».
Il discorso sulla narrazione del territorio è stato raccolto da Luciana Di Bisceglie, che ha insistito sulla responsabilità collettiva nel raccontare un Sud diverso da quello stereotipato. «Se continuiamo a descriverlo solo come un luogo di difficoltà, spingiamo i nostri figli ad andare via», ha detto. Ha ricordato che la Puglia «negli ultimi anni è cresciuta più della Lombardia» e che oggi «i giovani scelgono le imprese, non il contrario». Per trattenerli servono servizi, sanità, università competitive: «Dobbiamo riportare gli atenei pugliesi allo standing che avevano. E dobbiamo insegnare ai ragazzi non solo a lavorare nelle imprese, ma a crearle».
Di Bisceglie ha portato numeri significativi: «Le startup in Puglia sono cresciute del 129% in dieci anni. Oggi sono 475, di cui 145 innovative. Taranto è tra le prime tre città per presenza». Ma ha anche lanciato un monito: «Le multinazionali devono lasciare ricchezza sul territorio. Non possiamo più permettere che vengano solo a raccogliere competenze e poi vadano via».
Il ragionamento sul modello di sviluppo è stato ripreso da Stefano Landi, che ha messo in guardia dai paragoni facili: «Ogni correlazione diretta tra una città e un’altra è sbagliata. Non esistono ricette preconfezionate». Ha ricordato la trasformazione di Napoli: «Da simbolo del disastro a città che oggi corre sul lungomare. Non è magia: è normalità amministrativa». E ha portato un esempio potente: «Il Cammino minerario di Santa Barbara, in Sardegna, ha trasformato un territorio di dolore in un territorio di piacere. È la prova che nessuna narrazione negativa è irreversibile».
Landi ha invitato Taranto a guardare al futuro senza nostalgie industriali: «In Italia, su quattro lavoratori, tre sono nel terziario. La tendenza è ineluttabile. Parlare di reindustrializzazione senza guardare il mondo è pericoloso».
Il panel si è chiuso con l’intervento di Andrea Ciaramella, che ha riportato il discorso sul ruolo dell’architettura e della rigenerazione urbana come strumenti per costruire identità e attrattività.
Il filo rosso che ha attraversato l’intero dibattito è stato chiaro: Taranto non deve imitare nessuno, ma trovare la propria strada. Una strada che passa dalla cultura, dalla formazione, dall’impresa, dalla capacità di immaginare il futuro e, soprattutto, dalla volontà di costruirlo.
«La lentezza, a volte, ci salva», ha detto Labate. «Ma oggi Taranto ha bisogno di una nuova velocità: quella della consapevolezza».