CRONACHE TARANTINE
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Nel silenzio raccolto che segue la processione del Corpus Domini, quando l’ostensorio torna a brillare immobile davanti al sagrato e la città sembra trattenere il respiro, l’arcivescovo di Taranto Ciro Miniero ha scelto parole che non accarezzano soltanto la devozione, ma interrogano la comunità.
Davanti al “mistero della Presenza reale di Cristo fra noi”, come ha ricordato, l’Eucaristia diventa lo specchio in cui Taranto è chiamata a guardarsi, a riconoscere le proprie ferite e la propria vocazione. Miniero ha parlato con voce ferma del pane che “si lascia spezzare e si dona”, un amore che “ha il potere di sanarci e nutrirci”, e che ogni giorno costruisce fraternità. È da qui, ha insistito, che la città deve ripartire: da un gesto semplice e radicale, capace di rimettere Dio al centro perché “la vera umanità guadagni il suo centro”. E in un tempo disorientato da “violenze e falsità”, l’arcivescovo ha chiesto ai cristiani il coraggio di “sgominare le arene e il chiasso dei circhi del nostro tempo offrendo l’altra guancia nell’Eucaristia”.
Il suo sguardo si è poi allargato alla città, alle sue fragilità, alle sue responsabilità. Ha richiamato l’enciclica Magnifica Humanitas, in cui il Papa evoca la ricostruzione di Gerusalemme guidata da Neemia: un’opera collettiva, fatta di famiglie, artigiani, donne e giovani, “non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo”. Una ricostruzione che prima ancora delle pietre rimette insieme i legami. È l’immagine che Miniero consegna a Taranto: ciascuno ricostruisca il proprio tratto di città, perché la comunione è l’unica lingua che può farla rinascere.
Il passaggio più intenso è stato quello dedicato ai giovani, pronunciato con un’ombra di dolore che la piazza ha percepito nitidamente. “Siamo ancora sconvolti per quello che è successo a Piazza Fontana lo scorso 9 maggio”, ha detto, denunciando la “giostra dei giudizi” e la “fiera delle opinioni” che spesso aggiungono solo “scoraggiamento e ulteriore e scomposta crudeltà”. Di fronte alla violenza giovanile, che “non ha distinzione geografica né di classe sociale”, Miniero ha parlato di una società “malata”, segnata da una “deficienza educativa che non basta solo denunciare”.
Da qui l’appello accorato alle parrocchie: non rinunciare al ruolo educativo, non accontentarsi, tornare a creare spazi di incontro, occasioni di dialogo autentico. “I valori non si proclamano, si scelgono, si praticano giorno per giorno”, ha ricordato, invitando a riscoprire la ricchezza dell’iniziazione cristiana e il valore del sacramento della confessione, troppo spesso trascurato. “Con essa educhiamo a riconoscere il bene e il male, educhiamo all’assunzione delle proprie responsabilità”, ha detto, indicando nella cura delle coscienze un atto di protezione verso i più fragili.
Ha citato il bene seminato nei campi scuola, nel Grest, nell’Acr, nello scoutismo, riconoscendo la fatica delle comunità ma chiedendo fiducia: “Date voi stessi da mangiare”, ha ricordato con le parole del Vangelo, perché il Signore moltiplica gli sforzi e “il pane della vita ci sarà per tutti e ne avanzerà”. La sua conclusione è stata una preghiera che ha avvolto la piazza come un respiro comune: “Signore Gesù, vivo e presente in mezzo a noi, guarda al tuo popolo… custodiscici e donaci coraggio”. Un’invocazione che, nel giorno del Corpus Domini, diventa anche un mandato: imparare ad amare e “illuminare il mondo” partendo da Taranto, dalle sue strade, dalle sue ferite, dalla sua speranza.