CRONACHE TARANTINE
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È stato un passaggio denso, teso e decisivo quello consumato ieri, 11 giugno, al Ministero delle Imprese e del Made in Italy sulla vertenza Natuzzi: un tavolo che ha messo a nudo fragilità antiche, scelte controverse e un’urgenza condivisa – trovare finalmente una rotta chiara per il futuro del gruppo e del distretto murgiano del mobile imbottito.
Dal Mimit è arrivato il messaggio più netto. Il ministro Adolfo Urso ha parlato di «un primo passo concreto per accompagnare Natuzzi nella composizione negoziata della crisi», ricordando che le criticità «non nascono oggi, ma si trascinano da quasi vent’anni». Ha chiesto «un’intesa tra tutte le parti» e ha fissato un obiettivo politico preciso: «restituire sostenibilità e prospettive di sviluppo a un’eccellenza del Made in Italy». Urso ha annunciato che «nelle prossime settimane lavoreremo alla sottoscrizione di un protocollo d’intesa e, prima della pausa estiva, alla definizione di impegni concreti per il rilancio dell’azienda», aggiungendo che «il Governo farà fino in fondo la sua parte e chiediamo all’impresa di fare altrettanto».
Accanto a lui, la sottosegretaria Fausta Bergamotto ha insistito sulla necessità di un percorso trasparente e monitorato: «È fondamentale conoscere l’obiettivo da raggiungere una volta completato il percorso della composizione negoziata per avere garanzie sulla continuità produttiva dell’azienda». Ha ricordato che «siamo a un tavolo governativo, e gli impegni assunti devono essere rispettati da tutti», ribadendo che la scelta in campo «è una scelta per i lavoratori, per il territorio e per l’Italia».
Dal fronte regionale, l’assessore pugliese allo Sviluppo economico, Eugenio Di Sciascio, ha confermato la linea di fermezza già espressa nelle scorse settimane. «Come Regione abbiamo chiesto con forza all’azienda un progetto credibile e sostenibile che guardi oltre la fase della composizione negoziata della crisi e oltre i prossimi dodici mesi», ha dichiarato, sottolineando che la prospettiva condivisa è arrivare al 24 giugno «con una proposta di protocollo che le istituzioni metteranno a disposizione delle parti». Per Di Sciascio, il protocollo può diventare «lo strumento attraverso cui tradurre l’obiettivo comune – salvaguardare il futuro dell’impresa e dell’occupazione – in impegni chiari e verificabili». E ha avvertito: «I prossimi giorni saranno determinanti».
Molto più critico il giudizio dei sindacati, che hanno accompagnato il tavolo con una mobilitazione massiccia sotto il Ministero. Francesco Bardinella, segretario generale Fillea Cgil Taranto, ha parlato di un confronto «ancora lontano da una soluzione», segnato da «decisioni unilaterali dell’azienda» e da una proposta finale che «non ci convince». Ha denunciato che Natuzzi ha «comunque confermato la chiusura di tre stabilimenti» e il trasferimento di ulteriori volumi in Romania, ricordando che «oggi non è stato presentato un piano industriale, ma solo delle azioni per fermare l’emorragia». Il nodo vero, ha insistito, resta irrisolto: «Come si rilancia davvero questa azienda? Come si rende competitivo il vero made in Italy, non quello fatto in Romania?».
La nota unitaria di Feneal Uil, Filca Cisl, Fillea Cgil, Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs ha allargato lo sguardo, chiedendo che il 24 giugno si entri «pienamente nel merito del protocollo d’intesa annunciato». Per le organizzazioni sindacali, il documento non può limitarsi a gestire l’emergenza dei prossimi mesi, ma deve «definire un percorso chiaro, verificabile e condiviso per il futuro industriale e occupazionale del Gruppo Natuzzi in Italia». Hanno chiesto impegni «precisi e verificabili» su perimetro industriale, stabilimenti, livelli occupazionali, rientro delle produzioni delocalizzate, investimenti e organizzazione del lavoro, avvertendo che «il futuro di Natuzzi non può essere affrontato con decisioni unilaterali, né con interventi limitati alla gestione dell’emergenza».
Il 24 giugno, dunque, non sarà un semplice appuntamento tecnico, ma il momento in cui verificare se l’azienda è disposta a misurarsi con un percorso di responsabilità condivisa. Solo allora si capirà se la composizione negoziata potrà diventare davvero l’occasione per aprire una nuova fase o se resterà l’ennesimo passaggio interlocutorio in una crisi che dura da troppo tempo.