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Nel rione Tamburi, dove il confine tra memoria e ferita resta sottile, si è tenuta una giornata che ha voluto trasformare il dolore in impegno civile.

L’Associazione nazionale magistrati – sottosezione di Taranto – ha scelto di ricordare Paolo Franco e Pasquale D’Ettorre, morti sul lavoro il 12 giugno 2003, non con una semplice commemorazione, ma con un incontro aperto alla comunità per parlare di sicurezza, dignità e diritti dei lavoratori in una città che continua a pagare un prezzo altissimo. Dopo la Messa celebrata da mons. Filippo Santoro, la tavola rotonda nell’auditorium della parrocchia Gesù Divin Lavoratore ha riunito magistratura, istituzioni, forze dell’ordine, sindacati e operatori della prevenzione.
La procuratrice della Repubblica Eugenia Pontassuglia ha aperto il confronto ricordando il valore simbolico del luogo scelto: «Mi è piaciuta l’idea di farlo fuori dal palazzo di giustizia, perché è importante andare tra la gente, soprattutto qui, a ridosso di una fabbrica che ha provocato tante morti». Ha ripercorso oltre trentacinque anni di esperienza giudiziaria a Taranto, spiegando che «già allora la maggior parte dei procedimenti per lesioni e infortuni mortali aveva origine nello stabilimento siderurgico» e che, nonostante i progressi normativi, «continuiamo a confrontarci con gli stessi problemi». Per Pontassuglia, la risposta non può essere solo giudiziaria: «Quando arriviamo noi, il danno è già fatto. Bisogna diffondere una cultura della sicurezza sin dalle scuole e rafforzare i controlli». E ha aggiunto un monito che ha attraversato tutta la mattinata: «A Taranto non ci sono solo le morti sul lavoro, ma anche quelle legate all’inquinamento ambientale. È un dato di fatto: qui si muore più che altrove».
A raccogliere il filo è stato Francesco Sansobrino, presidente della sottosezione ANM, che ha spiegato il senso dell’iniziativa: «Abbiamo voluto organizzare questo evento fuori dalle aule del tribunale per dimostrare che lo Stato c’è». La scelta del Tamburi, ha detto, nasce dalla volontà di essere presenti «in un territorio segnato, dove spesso si pensa che lo Stato sia assente». Sansobrino ha riconosciuto la scarsa partecipazione dei residenti, definendola «un elemento su cui riflettere», ma ha ribadito che la presenza delle istituzioni «non dipende dal numero delle persone in sala». Anche lui ha insistito sulla prevenzione: «Interveniamo quando la violazione è già avvenuta. Serve cultura del lavoro e della sicurezza».
Il direttore dell’Inail di Taranto, Francesco Petillo, ha riportato l’attenzione sulle vittime più recenti: «Il 2026 è l’anno del ricordo di Claudio Salamida e Loris Costantino». Ha ricordato che Taranto registra «circa il 32% di tutte le denunce di malattia professionale in Puglia», un dato che conferma «un dissidio da ricomporre tra salute, ambiente e lavoro». Le sue parole hanno fatto da ponte verso il tema più ampio della fragilità sociale del territorio.
Un tema ripreso dal sindaco Piero Bitetti, che ha definito la giornata «importante perché serve a ricordare morti che pesano su famiglie e quartieri». Guardando ai volti dei cittadini presenti, ha detto di aver colto «una rabbia comprensibile», frutto di una città che «per troppi anni si è sentita isolata e abbandonata». Bitetti ha auspicato «un’attenzione diversa per Taranto, per quello che è stato e per quello che dovrà essere», richiamando tutte le istituzioni a fare la propria parte per tutelare «lavoro, sicurezza e dignità».
La mattinata si è conclusa con lo spettacolo “La gru”, scritto da Luisa Campatelli e interpretato da Tiziana Risolo, e con una marcia silenziosa fino a piazza Caduti sul Lavoro, dove è stata deposta una corona d’alloro insieme a Cosimo Semeraro, presidente del Comitato 12 giugno, che da anni tiene viva la memoria delle vittime e l’attenzione sulla prevenzione. Un gesto semplice, ma carico di significato, che ha chiuso una giornata in cui Taranto ha provato, ancora una volta, a trasformare il lutto in responsabilità collettiva.

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