CRONACHE TARANTINE
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La seconda giornata del Forum in Masseria si apre con un passaggio che pesa come un macigno sul futuro industriale del Paese. Prima di sedersi al tavolo del panel “Dalla dipendenza alla resilienza: la nuova politica energetica italiana”, il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, affronta i nodi più sensibili della transizione energetica, a partire da Taranto.
Lo fa con parole che cercano di tenere insieme industria, ambiente e responsabilità politica e che si riagganciano al panel nel quale il padrone di casa, Bruno Vespa, ha incalzato i relatori sulla sicurezza degli approvvigionamenti, diventata ormai una priorità nazionale ed europea. La cornice è quella di un confronto serrato sulla diversificazione delle fonti, sullo sviluppo delle rinnovabili e sulle infrastrutture strategiche che dovranno accompagnare l’Italia fuori dalle sue storiche vulnerabilità e che ha visto gli interventi di Salvatore Bernabei (Enel Green Power), Salvatore Pinto (Axpo Italia), Roberto Prioreschi (Carisma – Impacta Strategy), Emanuela Trentin (Veolia Italia) e Giovanni Sale (NEXT‑N – MAIRE Group).
Ma facendo un passo indietro, il ministro è partito dal tema più atteso: l’ex Ilva. «Ho detto che la chiusura dell’Ilva sarebbe una sconfitta ambientale ed economica per tutti, per l’Italia», ha ribadito, spiegando che il punto non è soltanto la quantità di acciaio prodotta, «sei milioni di tonnellate o otto», ma il ruolo strategico dell’impianto per il Paese. «Sappiamo che una regola del mondo è che se il prodotto non ce l’hai sei costretto a pagare il doppio quello che importi». Per Pichetto Fratin, la sfida non è rinunciare all’acciaio ma trasformare Taranto in un impianto moderno, elettrificato, capace di competere in Europa. «Nella nuova Ilva – ha affermato – l’obiettivo è fare uno degli impianti più moderni d’Europa». Ha ricordato che l’Italia, sul fronte dell’acciaio, «è già il Paese che ha le acciaierie più moderne d’Europa», grazie alla diffusione dei forni elettrici. Ma ha ammesso che a Taranto «c’è una condizione ambientale locale» e che serve un equilibrio tra governo, istituzioni territoriali e investitori industriali, perché «non può essere solo un’operazione finanziaria».
Il secondo nodo è stato quello del rigassificatore nel porto di Taranto per il quale il ministero ha riaperto la procedura per la Via, tornato al centro del dibattito nazionale. Pichetto Fratin non ha chiuso la porta: «Se ci sono le condizioni di utilizzo del gas, io credo che sia una delle soluzioni». Ha aggiunto, però, che si può ragionare anche su alternative, come «la fornitura tramite una pipeline». Una posizione prudente, che lascia intendere come il governo stia valutando scenari diversi ma senza escludere l’opzione più discussa.
Da Taranto, il ministro ha allargato lo sguardo alla politica energetica complessiva parlando di un Paese che deve trasformare il costo dell’energia in un’opportunità industriale e occupazionale. «Noi abbiamo tantissimo da fare di investimento», ha affermato, indicando la necessità di accelerare sulle certificazioni dell’industria, sull’efficientamento dei fabbricati e sulla valorizzazione di un patrimonio edilizio «colossale». Investimenti che, nelle sue parole, significano «rendere le case più salubri ed economicamente più vantaggiose per le famiglie».
Sul fronte della produzione energetica, Pichetto Fratin ha rivendicato i progressi delle rinnovabili: «Abbiamo installato 22 gigawatt di rinnovabile negli ultimi tre anni» e il cronoprogramma verso il 2030 «lo stiamo rispettando». Ha citato la necessità di ampliare lo spazio per il geotermico, di rinnovare le concessioni in scadenza e di aggiungere nuovi sistemi di produzione. Sull’eolico offshore, il ministro ha riconosciuto che il quadro attuale non è sufficiente: «Il Pnrr 2 non è attuabile per una serie di ragioni, non ultima quella economica» e ha annunciato che il governo sta lavorando a correttivi, anche sul piano tariffario, per dare una spinta al settore, ricordando che la Puglia è tra le regioni più interessate dagli investimenti.
Il ministro ha affrontato poi il tema del mercato ETS e del prezzo della CO₂, oggi attorno agli 80 euro a tonnellata. «Serve la massima attenzione da parte della Commissione», ha affermato, perché la competizione non è solo interna all’Europa ma globale, e l’industria europea rischia di pagare un prezzo troppo alto.
Infine, il capitolo nucleare, che Pichetto Fratin ha definito una sfida di lungo periodo. «I tempi non sono brevissimi», ha ammesso, ricordando che il quadro giuridico richiede passaggi complessi. «Abbiamo cominciato con la piattaforma due anni e mezzo fa e arriveremo ai decreti attuativi a fine 2026». L’Italia non ha produzione diretta, ma possiede «tanta capacità di produzione componentistica del settore». La partita si giocherà sui reattori di nuova generazione, in particolare i piccoli reattori modulari, che «diventeranno il veicolo industriale». Ma anche qui i tempi non sono immediati: «Quando ragioniamo, ragioniamo su sette, otto, dieci anni». E ha aggiunto un dettaglio tecnico non secondario: alcuni reattori potrebbero utilizzare plutonio derivato dalle scorie delle generazioni precedenti, «e questo non è assolutamente un problema».