CRONACHE TARANTINE
IL QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE DI TARANTO
L’ultimo miglio prima del precipizio, quello definitivo, senza più alcun paracadute possibile.
È l’immagine che AIGI Taranto sceglie per descrivere lo stato dell’ex Ilva, e non è un’iperbole: è la fotografia di un sistema che si avvita su sé stesso mentre il tempo scorre, inesorabile. Oggi, mercoledì 17 giugno, il ministro Adolfo Urso, intervenendo ai lavori di Assarmatori, ha confermato che «nessun altro prestito-ponte potrà essere autorizzato dall’Europa». Tradotto: lo Stato vorrebbe intervenire, ma non può più farlo. «Non è più legittimato», osserva AIGI, e questo toglie dal tavolo l’ultima leva finanziaria che avrebbe potuto tamponare l’emergenza.
Ieri, martedì 16 giugno, nel confronto con i sindacati metalmeccanici, lo stesso ministro aveva richiamato la necessità di una «convergenza ampia tra tutti i livelli istituzionali», un «atto di responsabilità plurale». Ma la responsabilità evocata, denuncia l’associazione, continua a mancare. Si ripetono gli errori di sempre, si inciampa sulle norme, si equivoca sulla legislazione di settore. La più grande crisi industriale del Paese viene trattata «alla stregua di una telenovela sudamericana», una serie infinita in cui imprese e lavoratori diventano «vittime sacrificali di questa servante stasi».
Il mancato dissequestro dell’Altoforno 1 da parte della magistratura alimenta, secondo AIGI, una confusione crescente tra poteri dello Stato. Un’inerzia che rinvia il momento delle scelte definitive, con «la mano destra che non sa cosa fa la sinistra; e viceversa». «Assurdo!», è lo sfogo che l’associazione affida alla sua nota, mentre il quadro si fa ogni giorno più opaco.La posizione di AIGI resta però immutata: serve una pace istituzionale che consenta di individuare una soluzione condivisa, permettendo a ciascun attore di assumersi il proprio pezzo di responsabilità. Le strade possibili sono tutte sul tavolo: la vendita dell’industria siderurgica a un privato, l’ingresso dello Stato, forme di compartecipazione pubblico-privata, la destinazione dei nuovi Fondi di Sviluppo e Coesione per rilanciare la vocazione manifatturiera dell’Italia e di Taranto.
«Fare presto. Fare bene», è l’appello finale. Perché il tempo è quasi scaduto, e il precipizio si avvicina sempre più.