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La nota diffusa dal vicesindaco Mattia Giorno arriva con toni che non lasciano spazio a interpretazioni.

«Siamo sull’orlo del baratro», esordisce, denunciando una gestione della vertenza ex Ilva che, a suo giudizio, «continua a oscillare tra superficialità e rinvii», mentre il futuro di migliaia di lavoratori e di un intero territorio «resta appeso a un filo». Giorno respinge l’idea che Taranto possa essere trattata come «una pratica burocratica da rinviare» o come «un dossier da affrontare con dichiarazioni di circostanza», ricordando che la città convive da anni con «una drammatica emergenza occupazionale, ambientale e sanitaria», una «bomba sociale ed ecologica» che richiederebbe ben altro livello di presenza e responsabilità da parte del Governo.
Il vicesindaco punta il dito contro «indiscrezioni, annunci e rinvii» che si susseguono mentre i territori restano ai margini delle decisioni. «Chi vive ogni giorno le conseguenze delle scelte sull’ex Ilva non può essere chiamato soltanto a subirle», afferma, sottolineando come l’ultimo incontro tra il ministro Urso e le parti sociali abbia prodotto «la certificazione della mancanza di un percorso chiaro» e, soprattutto, «l’impossibilità di aggiungere nuove risorse», un elemento che, secondo Giorno, preannuncia «il rischio di spegnimento dello stabilimento già in autunno». Uno scenario che definisce senza esitazioni «un disastro ambientale e sanitario, oltre che occupazionale», perché «ogni processo politico non guidato ma subito non può che produrre conseguenze ancora più difficili da gestire».
Giorno ribadisce il sostegno alla posizione espressa dalla Regione Puglia, secondo cui la soluzione passa da «una presenza pubblica forte e determinante», capace di garantire il futuro produttivo di un nuovo stabilimento orientato allo spegnimento dell’area a caldo e alla piena decarbonizzazione del sito. «Non può esserci alcuna prospettiva industriale credibile che non tenga insieme lavoro, salute, ambiente e innovazione», afferma, indicando nella costituzione di una società a partecipazione pubblica «la strada più seria» per accompagnare una transizione che dia certezze ai lavoratori, alle imprese dell’indotto e alla comunità tarantina, «evitando il peggio ma avendo come obiettivo lo spegnimento degli impianti a carbone».
Il finale della nota è un appello diretto e senza metafore: «Il Governo smetta di osservare il naufragio dalla plancia e intervenga immediatamente». E la chiusura, volutamente evocativa, richiama l’urgenza del momento: «Perché mentre il Titanic affonda, non c’è più tempo per continuare a suonare. Oggi servono coraggio e assunzione di responsabilità».

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