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Bonifiche. Ambientalizzazione. Risanamento. A che punto siamo davvero.

La domanda, che da anni attraversa Taranto come un fiume carsico, torna oggi con una forza nuova, perché la città continua a deindustrializzarsi nel disinteresse generale e, allo stesso tempo, non avanza con la stessa determinazione sul fronte del risanamento. La rinascita promessa resta sospesa, frenata da carenze di fondi, da flussi finanziari incerti, da un sistema normativo farraginoso e da una burocrazia che, soprattutto nelle aree SIN, sembra più un ostacolo che un alleato. Il risultato è un passo da lumaca che contraddice ogni narrazione di “economia delle bonifiche”, di nuovo ecosistema produttivo, di progresso green.
È questo il quadro che l’Associazione Aigi mette nero su bianco in una nota dai toni netti, denunciando il rischio concreto che Taranto possa trasformarsi in una nuova Bagnoli. “Il rischio che Taranto diventi una seconda Bagnoli è più che un cattivo presagio”, si legge, con un monito che diventa ancora più cupo se si immagina un futuro senza l’Ilva: “Con un’Ilva chiusa poi, consegnata alla storia, la nostra diventerebbe terra di nessuno. Una sorta di zona franca speciale in senso contrario. Depauperata di beni e servizi. Povera e rassegnata”.
Per Aigi i ritardi accumulati non sono più tollerabili. La percentuale di siti e aree risanate resta troppo bassa, sia nel territorio comunale sia nei comuni dell’arco jonico. E mentre la città attende risposte, si continua a procedere con passerelle, convegni, protocolli d’intesa che non producono effetti concreti. “Si continua nell’arte delle passerelle, dei convegni, dei protocolli d’intesa firmati perché non si produca niente. Delle chiacchiere a buon mercato inferte sul corpo malato della società tarantina”.
Il Mar Piccolo diventa il simbolo di questa paralisi: un luogo che avrebbe potuto rappresentare un’opportunità straordinaria e che invece resta intrappolato tra vincoli, ritardi e occasioni mancate. “Il Mar Piccolo è testimonianza diretta, emblema, di questo stato di cose. Crocevia di una modernità più declamata che realmente conquistata”. Lo stesso vale per le aree che circondano il siderurgico, ancora oggi sospese tra passato industriale e futuro incerto.
Aigi guarda al prossimo decennio come a un bivio decisivo. “Taranto sarà, nel prossimo decennio, quanto saremo stati in grado di realizzare, tutti assieme, per questo particolare – e delicato – comparto produttivo”. Le imprese del territorio, con il know how adeguato, potrebbero diventare protagoniste di una nuova stagione economica, ma serve un impegno chiaro e concreto da parte delle istituzioni. L’Europa, attraverso la nuova programmazione dei Fondi di Sviluppo e Coesione, e lo Stato, con maggiori risorse destinate al CIS e agli enti locali, devono fare la loro parte.
La denuncia si fa ancora più dura quando l’associazione parla di un doppio danno inflitto al territorio: “Vogliono portarci via l’industria; non ci consentono di realizzare le bonifiche. Non uno, ma due schiaffi. Due ceffoni assestati alle speranze presenti – e future – di questo territorio”. Una conclusione che è anche una dichiarazione d’intenti: “Noi non resteremo a guardare”.

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