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A Taranto ogni nuova apertura commerciale fa rumore, ma spesso il silenzio che segue è quello più significativo: quello delle botteghe che chiudono, dei laboratori che spengono le luci, delle imprese che escono dal mercato senza che nessuno se ne accorga.

È da questa immagine che parte la riflessione di Confartigianato Taranto sull’arrivo del nuovo “Plan & Order Point” IKEA, una novità che per l’associazione non è solo un fatto di cronaca economica, ma un’occasione per interrogarsi sul modello di sviluppo che la città sta costruendo.
«Ogni trasformazione che incide sul sistema economico di un territorio impone una riflessione sul modello di sviluppo che si intende costruire», afferma Patrizio Angelini, imprenditore e dirigente della categoria Legno e Arredo. Per lui l’apertura IKEA non è un evento neutro: «Non come una semplice apertura, ma come l’occasione per interrogarsi sul futuro del sistema produttivo locale e sul patrimonio di imprese, competenze e professionalità che rappresenta il cuore del Made in Italy».
Angelini rivendica il ruolo dell’artigianato, che «non ha mai avuto paura di confrontarsi con il mercato», ma chiede che la competizione avvenga «in un contesto che riconosca il valore economico, sociale e culturale delle imprese del territorio». Ricorda che nel comparto del legno e dell’arredo operano falegnami, arredatori, architetti, progettisti, tappezzieri, maestranze qualificate che da generazioni costruiscono qualità, personalizzazione e innovazione. «È qui che nasce il Made in Italy autentico: quello costruito sulle competenze, sulla cura del dettaglio e sulla capacità di trasformare le esigenze del cliente in un progetto unico», sottolinea. E aggiunge: «Sul prezzo si può sempre trovare qualcuno che costa meno. Sulla qualità, sulla personalizzazione, sul servizio e sul rapporto di fiducia con il cliente, l’artigianato continua invece a fare la differenza».
Angelini non contesta l’investimento della multinazionale, ma il silenzio che lo accompagna: «È legittimo che una multinazionale investa sul nostro territorio. Meno comprensibile è che nessuno si domandi quale impatto questi modelli distributivi e organizzativi avranno sulle imprese e sui professionisti locali». Il punto, insiste, non è quante strutture della grande distribuzione aprono, ma «quante imprese tarantine riescono a restare sul mercato». E avverte: «Quando chiude una bottega non perde soltanto un imprenditore: si impoverisce un’intera comunità».
Sul piano della politica economica interviene il segretario generale di Confartigianato Taranto, Fabio Paolillo, che allarga la riflessione al quadro strategico della città. «Taranto rinvia da troppo tempo una riflessione sul proprio modello di sviluppo economico. Per anni abbiamo confuso lo sviluppo con la sola espansione commerciale. Ma una città cresce quando aumenta il numero delle imprese che producono valore, non semplicemente quello dei punti vendita». Paolillo ricorda che Confartigianato aveva espresso perplessità già prima dell’approvazione del Documento Strategico del Commercio, perché «il quadro conoscitivo sul quale era stato costruito non rappresentava fedelmente la reale condizione del tessuto economico cittadino». Oggi, sostiene, «la realtà conferma quelle preoccupazioni».
Per Paolillo, se uno strumento nato per programmare lo sviluppo produce effetti diversi da quelli previsti, «è doveroso aggiornarlo». E aggiunge: «Programmare significa leggere la realtà per orientarne il futuro, non limitarsi ad accompagnarne i cambiamenti. Perché il futuro non si subisce. Si programma». Difendere il Made in Italy, afferma, significa creare condizioni affinché le imprese possano continuare a produrre, innovare, investire e trasmettere competenze. «Gli slogan da soli non bastano. Servono scelte coerenti».
Confartigianato si rivolge alle istituzioni locali e regionali chiedendo una revisione degli strumenti di programmazione, un contrasto deciso all’abusivismo, politiche di sostegno alle imprese artigiane e di prossimità, e un’attenzione concreta verso chi continua a produrre valore sul territorio. «Taranto deve scegliere se vuole essere una città che produce ricchezza, lavoro e competenze oppure una città che si limita a consumare ciò che altri producono», avverte Paolillo. E aggiunge: «I nodi strutturali che frenano lo sviluppo non possono più essere rinviati: continuare a rimandarne la soluzione significa affrontare gli effetti senza intervenire sulle cause».
La conclusione è un appello che suona come un avvertimento: «Ogni impresa che chiude non è soltanto un’attività economica in meno: è un pezzo di Taranto che scompare. Si perdono lavoro, competenze e opportunità per i giovani. Continuare a ignorare questi segnali sarebbe l’errore più grave che questo territorio possa commettere». Per Confartigianato, il futuro della città non si giocherà sull’arrivo di una multinazionale in più o in meno, ma «sulla capacità di difendere le imprese che ogni giorno producono lavoro, identità e futuro». E la chiosa è netta: «Il Made in Italy non si celebra. Si difende. E il momento di farlo è adesso».

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