CRONACHE TARANTINE
IL QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE DI TARANTO
“È domenica mattina, si è svegliato già il mercato”. Cantava Baglioni negli anni Settanta, in Porta Portese.
E anche Taranto, oggi, si è svegliata con una novità che pesa più di quanto sembri: il Frecciarossa è partito regolarmente alle 05:05, diretto a Roma, Milano e Torino.
Un fatto semplice, quasi ordinario, eppure carico di un significato che va oltre l’orario, oltre la tratta, oltre la routine ferroviaria. Quel treno è partito perché qualcuno – non lo Stato, non Trenitalia – ha deciso di mettere mano al proprio bilancio regionale per evitare che una grande città del Sud rimanesse isolata. È partito perché la Regione Puglia ha scelto di assumersi un onere che, in un Paese equilibrato, non dovrebbe ricadere sulle spalle di un territorio già provato da decenni di sacrifici.
La polemica sul milione e mezzo stanziato per garantire il collegamento Taranto‑Roma non è solo una questione di conti. È la punta di un iceberg che riguarda il ruolo dello Stato nei servizi essenziali e il divario infrastrutturale che continua a separare il Nord dal Sud. Taranto, ricordano dalla Regione, non è una città qualsiasi: ospita la più grande acciaieria d’Europa, ha dato tantissimo al Paese e continua a pagare un prezzo altissimo in termini ambientali, sociali e sanitari. Eppure, quando si parla di mobilità, sembra improvvisamente diventare una realtà marginale, da trattare secondo la logica del mercato.
Il messaggio arrivato da Roma e da Trenitalia è stato netto: quei treni sono “a mercato”. Se i ricavi coprono i costi, bene. Altrimenti intervenga la Regione. E così è stato. Per un giorno, nonostante le interlocuzioni e le rassicurazioni, il collegamento con Taranto è stato tagliato. Il treno non sarebbe partito senza una delibera immediata e una copertura finanziaria regionale. Una scelta definita “obbligata”, ma che lascia aperta una ferita politica e istituzionale.
Perché qui non si discute solo di trasporti. Qui si discute di equità territoriale. Di cosa significhi garantire a una grande città del Sud collegamenti adeguati, senza costringerla a mendicare ciò che altrove è considerato normale. Di quanto sia fragile il confine tra ciò che è “a mercato” e ciò che è “di interesse pubblico”. Di quanto sia ingiusto che una Regione debba intervenire per evitare che un territorio venga lasciato indietro.
Ci si sarebbe aspettati un sostegno diverso. Una battaglia comune, una voce unita nel chiedere attenzione per una città che ha dato così tanto all’Italia. Invece, la risposta è stata quella di un sistema che si muove solo quando la comunicazione lo costringe, quando la pressione mediatica diventa insostenibile, quando il silenzio rischia di trasformarsi in imbarazzo.
E allora il Frecciarossa delle cinque diventa il simbolo di una verità più grande: il Sud non chiede privilegi, chiede normalità. Chiede continuità, infrastrutture, certezze. Chiede che la mobilità non diventi un lusso negoziato volta per volta. Chiede che lo Stato faccia lo Stato.
La Regione Puglia ha fatto la sua parte, per senso di responsabilità. Ma la responsabilità, da sola, non basta. Serve una visione nazionale che non lasci Taranto – e con essa il Mezzogiorno – a dipendere da contributi straordinari, da trattative dell’ultimo minuto, da soluzioni imposte.
Il treno è partito. È una buona notizia.
Ma la domanda, oggi, nella quiete della domenica, resta sospesa: quanto ancora dovrà pagare il Sud per ottenere ciò che dovrebbe essere garantito a tutti?