CRONACHE TARANTINE
IL QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE DI TARANTO
Una volta la si chiamava “Taranto vecchio”: nessuno ha mai capito perché si usasse il maschile. Forse perché era un’isola, circondata dal mare. O per la durezza dei visi dei pescatori, segnati dal sale e dalle tempeste.
Eppure la Città Vecchia, da fuori, sembra sempre la stessa: gentile, sospesa tra due mari, le pietre che cambiano colore con la luce, i vicoli che sanno di storia e di sale. Ma chi ci entra davvero, chi si lascia inghiottire dai suoi silenzi, capisce che qualcosa è cambiato. La Città Vecchia non sta più chiedendo attenzione: la sta pretendendo.
Negli ultimi giorni Taranto ha assistito a un movimento che non nasce dall’alto, ma dal basso. Camminate, sopralluoghi, cittadini che si fermano davanti a un portale lesionato come si farebbe davanti a un parente malato. Italia Nostra ha raccolto quel sentimento e lo ha trasformato in un allarme formale: non un grido di dolore, ma un atto di responsabilità.
Il quadro che emerge è netto. Ci sono edifici che non reggono più il peso del tempo: Palazzo Carducci Agustini dell’Antoglietta, l’Oratorio di San Paolo, Palazzo Cervo. Nomi che per decenni hanno rappresentato la nobiltà dell’isola e che oggi sono diventati indicatori di un collasso imminente. Non è solo degrado: è rischio strutturale, è pericolo reale.
Ma il punto più controverso non è ciò che cade. È ciò che si decide di far cadere. Le demolizioni alle spalle dell’ex studentato hanno aperto una ferita profonda: edifici storici abbattuti per lasciare spazio a ricostruzioni contemporanee che non parlano la lingua dell’isola. Italia Nostra lo dice chiaramente: questa non è rigenerazione, è sostituzione. E la sostituzione, in un centro storico, è una forma di perdita.
Per questo l’associazione ha scritto al Ministro della Cultura, al Comune, alla Regione. Non per chiedere un miracolo, ma per pretendere un metodo: messa in sicurezza immediata, stop alle demolizioni non conservative, un piano speciale che guardi alla Città Vecchia come a un organismo unico. Non più interventi sparsi, non più cantieri che nascono e muoiono senza una regia.
A sostenere questa linea c’è l’Ordine degli Architetti, che da mesi ripete la stessa cosa: l’isola non può essere trattata come un’emergenza cronica. Serve una strategia, una visione, un tavolo permanente che tenga insieme competenze, istituzioni e comunità.
E mentre le lettere viaggiano, mentre le istituzioni leggono e valutano, la Città Vecchia continua a parlare. Lo fa attraverso le sue crepe, i suoi vuoti, le sue pietre che sembrano trattenere il fiato. Lo fa attraverso chi la percorre ogni giorno, chi la fotografa, chi la racconta, chi la difende.
Taranto è davanti a un bivio: continuare a tamponare o decidere finalmente di curare.
La Città Vecchia non è un problema da risolvere.
È un’eredità da proteggere.
E oggi, più che mai, chiede di essere ascoltata.