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Ieri abbiamo scritto che la vertenza ex Ilva stava finalmente imboccando una strada chiara. Che la pressione dei sindacati, l’ultimatum del 15 luglio, la richiesta di un confronto vero avrebbero costretto Palazzo Chigi a muoversi. Sembrava quasi semplice: una convocazione, un tavolo, una direzione da prendere.


Invece no.
Oggi scopriamo che quella semplicità era solo un’illusione.
La convocazione è arrivata: 28 luglio, Sala Verde, tutte le sigle sindacali attorno allo stesso tavolo. Ma non è il segnale di una soluzione pronta. È, piuttosto, la conferma che il Governo sta ancora cercando di capire quale strada imboccare, mentre l’azienda continua a scivolare verso un punto di non ritorno.
Le cokerie ferme, l’altoforno 4 immobile, i fondi pubblici che si consumano come acqua in una vasca bucata. I 100 milioni già versati non bastano, e presto arriveranno gli ultimi 140 del prestito europeo. Una boccata d’ossigeno che non cambia la diagnosi: l’ex Ilva è in terapia intensiva.
Jindal: la soluzione che ieri sembrava vicina, è invece piena di incognite.
Lì nome degli indiani sembrava quasi una certezza. Oggi è un rebus.
La proposta iniziale — un solo forno elettrico, 2 milioni di tonnellate prodotte a Taranto e 4 importate dall’Oman — non convince nessuno. Né sul piano industriale, né su quello occupazionale. I commissari trattano, limano, chiedono modifiche. Ma nessuno sa davvero quanto Jindal sia disposto a cambiare.
E soprattutto: nessuno sa se il Governo sia pronto a sostenere un piano che, per essere credibile, richiederebbe miliardi pubblici. Ieri sembrava un passaggio quasi naturale. Oggi è un nodo politico.
L’alternativa Qatar–Arvedi: ieri possibile, oggi archiviata.
Per settimane si è parlato di un asse Qatar–Arvedi. Ieri sembrava una pista ancora viva.
Oggi è chiaro che non lo è.
La proposta di Arvedi — stop totale, cassa integrazione per tutti, ripartenza solo dopo la costruzione dei forni elettrici — è stata giudicata troppo traumatica. Il Governo vuole continuità, non un blackout industriale. E così la pista si è raffreddata.
Il caso dei fondi DRI: ieri un dettaglio tecnico, oggi un terremoto politico.
Lo spostamento dei fondi per il DRI dal Ministero dell’Ambiente a quello delle Imprese, ieri sembrava una questione burocratica.
Oggi è chiaro che non lo è.
Le risorse, già ridotte nelle ultime leggi di Bilancio, ora non sono più vincolate a Taranto. Possono essere usate per “la decarbonizzazione dell’industria siderurgica”. Tradotto: potrebbero finire nei contratti di sviluppo, e quindi essere destinati proprio a Jindal.
Un passaggio che cambia gli equilibri. E che ha acceso più di una polemica.
Federmeccanica: ieri silenziosa, oggi furiosa.
Le parole di Silvano Bettini hanno rotto l’equilibrio.
Ieri sembrava che il fronte industriale fosse in attesa.
Oggi è in rivolta.
“Devastante pensare di cedere un asset fondamentale per un euro e poi regalare miliardi per rilanciarlo”, ha detto.
Un attacco diretto, che mette in discussione l’intera impostazione del Governo.
E che trova eco nei sindacati, pronti a difendere l’italianità dell’acciaio.
I commissari hanno replicato con freddezza: la gara è aperta, chi vuole può presentare un’offerta migliorativa.
Ma finora nessuno lo ha fatto.
Verso il 28 luglio: ieri sembrava un appuntamento risolutivo, oggi è un passaggio obbligato.
La convocazione non chiude nulla.
Non annuncia una soluzione.
Non scioglie i nodi.
Ieri sembrava che bastasse un tavolo per rimettere ordine.
Oggi è evidente che il 28 luglio sarà solo il momento in cui tutte le parti dovranno guardarsi negli occhi e ammettere che la strada è più tortuosa del previsto.
Taranto, ancora una volta, resta sospesa.
Ieri sembrava vicina a una risposta.
Oggi sa che la risposta non è affatto semplice.

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