CRONACHE TARANTINE
IL QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE DI TARANTO
Analisi a cura del Dr. Alberto Pratesi (già Project Management & Consulting).
“Il tema dell’acciaio a Taranto è complesso perché mette in conflitto interessi contrapposti. Da una parte i cittadini, che chiedono la fine dell’inquinamento; dall’altra i lavoratori, che chiedono la salvaguardia del proprio posto di lavoro. È un conflitto strutturale, non contingente, che si ripresenta ogni volta che si discute del futuro dell’area a caldo.
All’interno di Acciaierie d’Italia, inoltre, il sito di Taranto tende a privilegiare la produzione primaria rispetto alle lavorazioni a valle: si lavora a valle ciò che si produce a Taranto. Questo modello industriale, però, si scontra con un’altra contraddizione: in Italia il mantenimento di una produzione primaria nazionale si oppone alla sua sostenibilità economica e ambientale. La produzione a caldo è considerata necessaria, ma nessuno vuole assumersi gli oneri economici e ambientali per mantenerla in vita.
Il problema, dunque, è che si pretende di ottenere tutto contemporaneamente, mentre ciò è impossibile. Occorre scegliere, e scegliere significa fare strategia: decidere cosa si vuole perseguire e cosa si è disposti a lasciare. La scelta dipende dalla linea politica che dovrebbe guidare l’intero processo.
Riprendendo l’articolo allegato, si osserva che la strategia di Jindal è quella di concentrarsi sul core business. Era la linea suggerita da McKinsey quando, chi scrive, si occupava ancora di acciaio; non so se lo sia tuttora, ma rimane una linea logica.
La strategia di Flacks, invece, punta a creare consenso: piena occupazione, rilancio dell’acciaieria, sovranità industriale. Il problema è che gli slogan non sembrano poggiare su basi concrete. Si parla di acciai ad alto valore aggiunto: bene, allora si forniscano tre esempi concreti, non trecento. Si parla di un piano di rilancio: bene, allora si quantifichino i capitali necessari e si indichi chi li mette. Il nodo è sempre lo stesso: chi mette i soldi?
La soluzione logica sarebbe stata individuare il problema e ricercarne la soluzione.
Per esempio: la produzione primaria di Taranto è incompatibile con salute e ambiente. La soluzione sarebbe stata fermare l’area a caldo e alimentare le lavorazioni a valle acquistando acciaio, come fa Marcegaglia in modo profittevole. Nel frattempo si sarebbe potuto decidere se sostituire la produzione primaria con altro: forni elettrici, preridotto sì o no, altiforni altrove, ecc. Ma numeri alla mano, non slogan come “acciaio green”, “Taranto asset strategico”, “attiriamo le multinazionali con ogni mezzo”. Gli slogan sostituiscono il lavoro serio quando non si è in grado di produrlo.
Altro esempio: Piombino torna a produrre acciaio dopo 15 anni mentre Taranto riduce o cessa la produzione. La logica avrebbe suggerito di investire in un unico sito: o Piombino o Taranto. Così si sarebbero ottenute sinergie, economie di scala e maggiore efficienza degli investimenti.
Oggi, però, con l’insolvenza alle porte per mancanza di fondi e il fermo dell’area a caldo disposto dal Tribunale di Milano – sentenza esecutiva ai sensi degli articoli 282 e 283 c.p.c. – il momento delle decisioni è diventato improcrastinabile. È il fiammifero acceso passato di mano in mano che ora brucia le dita di chi lo regge.
Jindal rappresenta una possibilità concreta di salvare ciò che ancora è salvabile. Dolorosa, ma reale. Il resto è fumo, oppure rovina. E spesso sotto il fumo si nasconde proprio la rovina.
Questa è la realtà, al di là degli slogan. Inutile dire “se Passera non avesse detto certe cose”, “se Calenda non avesse affidato Ilva ad ArcelorMittal”, “se si fossero analizzate le cause invece di indovinare le soluzioni”. Ora è il momento di decidere. Dispiace che le conseguenze ricadano sulla gente comune, perché a Passera e Calenda nessuno chiederà conto. Ma tant’è”.