CRONACHE TARANTINE
IL QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE DI TARANTO
L’A.I.G.I. – Associazione Indotto AdI e General Industries, spiega cosa sta accadendo all’Ex Ilva, secondo il suo punto di vista: “Lo stabilimento siderurgico di Taranto è un sito industriale enorme e incredibilmente complesso".
"Comprendiamo, quindi, che non sia facile capirne il funzionamento. Quello che comprendiamo molto meno è come si possa arrivare a ordinarne la chiusura sulla base di valutazioni tecnicamente discutibili.
La Corte d’Appello di Milano ha ordinato la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo entro novanta giorni. La ripartenza viene subordinata alla rimozione integrale dell’amianto presente negli impianti e all’adozione di misure capaci di ricondurre le emissioni di polveri sottili entro condizioni di sicurezza, prendendo come riferimento uno scenario autorizzato di 6 milioni di tonnellate di acciaio all’anno.
Ed è proprio qui che iniziano le domande. L’amianto nei cowper: pericoloso per definizione o concretamente disperso? Pronunciare la parola “amianto” è sufficiente a interrompere qualsiasi ragionamento.
È una parola terribile, legata a malattie gravissime e a tragedie che nessuno intende minimizzare. Ma proprio perché l’amianto è una cosa seria, dovrebbe essere trattato con altrettanta attenzione e competenza. Le circa 2.000 tonnellate richiamate dal provvedimento non sarebbero sparse sui piazzali, abbandonate in locali frequentati o lasciati esposti alle intemperie né tantomeno in uno stato di degrado accertato. Secondo le ricostruzioni disponibili, si trovano nei cowper, i grandi rigeneratori termici a servizio degli altiforni, inglobati come materiale isolante tra la corazza metallica esterna e la struttura refrattaria interna. Il gestore aveva prospettato di mantenerli in sede sino alla fine della vita tecnica degli impianti; la Corte ha invece ritenuto indispensabile la rimozione completa. Non discutiamo la pericolosità intrinseca dell’amianto. Chiediamo qualcosa di molto più concreto: dove sono le misurazioni che dimostrano un’effettiva dispersione di fibre dai cowper attualmente in esercizio? Quali campionamenti sono stati effettuati nelle aree circostanti, da quale ente di controllo? Quali concentrazioni sono state rilevate? In quali date, durante quali condizioni operative e in quali punti degli impianti? Esistono reti e strumenti di monitoraggio ambientale dello stabilimento, gestiti e analizzati anche da ARPA Puglia. Nella stessa realtà industriale in questione, quantanche per obbligo normativo, esistono innumerevoli monitoraggi disponibili, eseguiti dagli enti competenti, che sicuramente non restituiscono un simile scenario. Prima di trasformare l’amianto inglobato in un impianto in un elemento disperso nell’aria di Taranto, sarebbe ragionevole pubblicare i dati che dimostrano il passaggio dal pericolo potenziale al rischio concreto e attuale. Altrimenti non siamo davanti a un’analisi del rischio. Siamo davanti alla potenza evocativa di una parola.
Il fantasma dei sei milioni di tonnellate Il secondo pilastro del provvedimento è ancora più sorprendente. La valutazione sulle polveri sottili è riferita allo scenario produttivo massimo autorizzato dall’AIA: 6 milioni di tonnellate annue e secondo valutazioni che non sono allineate a quelle normativamente previste per il rilascio dell’AIA. Peccato che, tra l’altro, quello stabilimento, oggi, non produca neppure lontanamente sei milioni di tonnellate. A fine giugno risultava in marcia soltanto l’Altoforno 2, con una produzione giornaliera indicata in circa 4.500-4.700 tonnellate. Annualizzando quel ritmo si ottengono circa 1,64-1,72 milioni di tonnellate. Altre ricostruzioni collocano l’attuale livello produttivo intorno ai 2 milioni di tonnellate annue. In altri termini, l’ex Ilva sta operando indicativamente al 27-33 per cento del tetto produttivo preso come riferimento nel provvedimento. Non stiamo sostenendo che i 6 milioni siano un numero inventato: rappresentano il livello autorizzato. Stiamo sostenendo una cosa diversa e molto semplice: uno scenario autorizzato non coincide automaticamente con lo scenario realmente esercitato. Valutare le emissioni di una fabbrica che produce meno di 2 milioni di tonnellate come se ne producesse 6 significa ragionare su un carico produttivo almeno triplo rispetto a quello attuale. È come stabilire che un’automobile debba essere demolita perché, viaggiando costantemente alla velocità massima teoricamente consentita dal motore, potrebbe diventare pericolosa. Peccato che quella stessa automobile stia procedendo da mesi in seconda marcia. Lo stesso piano annunciato dall’amministrazione straordinaria prevedeva di raggiungere una capacità di 4 milioni di tonnellate entro la fine di aprile 2026. Quell’obiettivo non risulta raggiunto: ancora a fine giugno la produzione era ai minimi e sostenuta da un solo altoforno. Allora chiariamo il punto: i 6 milioni non sono “falsi”, ma sono irreali rispetto alla produzione corrente. Utilizzarli senza una valutazione proporzionata ai volumi effettivi rischia di restituire una fotografia tecnicamente deformata dell’impianto. Servono misure reali La risposta non può essere ignorare i problemi ambientali. La risposta deve essere misurarli correttamente e affrontarli in maniera verificabile. Le amministrazioni straordinarie dovrebbero attivare immediatamente tutti i rimedi processuali consentiti dall’ordinamento, compreso il ricorso per Cassazione ove giuridicamente ammissibile, chiedendo che la controversia venga riesaminata sulla base di dati aggiornati, misurazioni effettive, condizioni produttive reali e riferimenti legislativi corretti e certi. Parallelamente, il Governo se i presupposti normativi richiamati dalla sentenza dovessero risultare fondati (e qui serve la certezza del diritto e non l’interpretazione di un giudice) dovrebbe avviare una revisione urgente dell’AIA, costruita su uno scenario produttivo accettabile in funzione delle eventuali ricadute sanitarie, accompagnato da: un tetto produttivo giuridicamente vincolante; • monitoraggio continuo delle emissioni; • pubblicazione periodica dei dati; • controlli indipendenti; Questa sarebbe una risposta seria: non negare il rischio, ma misurarlo; non invocare la sicurezza in astratto, ma costruirla e controllarla ogni giorno. Chi rifiutasse perfino questa soluzione dovrebbe spiegare se il problema sia davvero ridurre le emissioni o se l’obiettivo sia semplicemente chiudere l’area a caldo.
Il Governo prende atto. Taranto prende il colpo A lasciare ancora più sconcertati è stata la reazione politica. Mentre il provvedimento modificava radicalmente il destino industriale dello stabilimento, alcuni esponenti del Governo sembravano limitarsi a ricordare che “le sentenze sono sentenze”, annunciando contemporaneamente altri 100 milioni di euro, ma circoscrivendo la continuità operativa e la possibile cessione alla sola area a freddo. Una posizione che assomiglia meno a una strategia industriale e più alla compilazione anticipata del certificato di morte dell’area a caldo. Prendere atto di una decisione giudiziaria è doveroso. Accoglierne passivamente ogni conseguenza industriale, senza accertare la correttezza di quanto disposto ed eventualmente contestare i dati, i presupposti e gli scenari tecnici, è una scelta politica. E le scelte politiche hanno sempre un responsabile. Il Governo non può nascondersi dietro una pronuncia giudiziaria mentre prepara un futuro nel quale Taranto riceve denaro sufficiente a mantenere qualche laminatoio, ma perde definitivamente la produzione primaria dell’acciaio. Perché senza area a caldo Taranto non conserva uno stabilimento siderurgico integrato: conserva pezzi di fabbrica alimentati, nella migliore delle ipotesi, da bramme prodotte altrove. L’acciaio sarà forse ancora lavorato a Taranto. Ma il suo valore strategico, la produzione primaria e una parte decisiva dell’occupazione diretta ed indiretta saranno trasferiti fuori dal territorio, se non direttamente fuori dall’Italia. Chi spegne il “mostro” dovrà poi bonificarne il cadavere C’è poi una verità che i festeggiamenti per la chiusura sembrano accuratamente evitare: spegnere un impianto siderurgico non significa farlo sparire. L’area a caldo non evapora. Restano altiforni, cokerie, tubazioni, refrattari, strutture metalliche, materiali contaminati, suoli, falde, sottoprodotti e chilometri di impianti che devono essere messi in sicurezza, sorvegliati, mantenuti e infine bonificati. Chi sostiene la chiusura dovrebbe quindi presentare, insieme alle bandiere, anche il conto. Quanto costa fermare in sicurezza l’area a caldo? Quanto costa mantenerla in condizioni controllate? Quanto costano smantellamento, bonifica dei terreni e gestione pluridecennale del sito? Chi pagherà? In assenza di un soggetto industriale, è difficile immaginare un pagatore diverso dallo Stato, cioè dai cittadini. Prima di sostenere che chiudere costi meno che risanare mentre ancora si produce, il Governo dovrebbe pubblicare una comparazione indipendente tra:
1. costo della messa a norma e della prosecuzione produttiva;
2. costo dello spegnimento;
3. costo della manutenzione del sito inattivo;
4. costo dello smantellamento e della bonifica integrale;
5. costo sociale di migliaia di esuberi diretti e nell’indotto;
6. costo industriale dell’aumento delle importazioni di acciaio primario. La storia di Bagnoli dovrebbe aver insegnato qualcosa. Decenni dopo la dismissione dell’acciaieria, lo Stato ha destinato altri 1,218 miliardi di euro al programma di bonifica ambientale e rigenerazione urbana di Bagnoli-Coroglio. Chi oggi festeggia perché pensa di avere finalmente fermato il “mostro” rischia di ritrovarsi domani il mostro putrefatto davanti alla porta di casa: improduttivo, senza manutenzione industriale, senza lavoratori e interamente a carico dello Stato. Non è ambientalismo. È archeologia industriale finanziata con denaro pubblico. L’amianto come jolly e come possibile scivolo per gli esuberi Sorge quindi un dubbio politico, e sarebbe irresponsabile non dichiararlo. La parola “amianto”, proprio per la paura legittima che provoca, non rischia forse di diventare il jolly perfetto per chiudere definitivamente una vicenda che nessun Governo è riuscito o ha voluto risolvere? E la chiusura giudiziaria non rischia di trasformarsi nel comodo scivolo attraverso il quale accompagnare verso casa migliaia di lavoratori, chiamando “inevitabili” esuberi che deriverebbero invece da precise decisioni politiche? Non stiamo dicendo che esista un complotto. Non abbiamo prove e, proprio per questo, non lo affermiamo. Ma la coincidenza è politicamente impressionante: una procedura di vendita in fase avanzata, un provvedimento che rende inutilizzabile il cuore produttivo dello stabilimento e, poche ore dopo, risorse pubbliche orientate esclusivamente verso l’area a freddo. A osservare la sequenza, si potrebbe avere l’impressione di una vicenda scritta a quattro mani. Noi non vogliamo crederlo. Preferiamo confidare nella buona politica, nella trasparenza delle istituzioni e nella volontà dello Stato di proteggere contemporaneamente la salute, il lavoro e la sovranità industriale italiana. Ma la fiducia non si pretende. Si merita con gli atti. L’Italia che chiude le fabbriche e poi importa ciò che non produce più Da decenni l’Italia subisce un processo di progressiva deindustrializzazione. Ogni volta la formula è la stessa: gli impianti sono vecchi, modernizzarli costa troppo, il mercato è cambiato, le regole europee lo impongono, le sentenze vanno rispettate. Poi chiudiamo. E dopo aver chiuso importiamo dall’estero gli stessi prodotti, spesso realizzati con standard ambientali inferiori, pagando energia, trasporto, dipendenza industriale e perdita di competenze. È il Made in Italy alla rovescia: vendiamo il marchio e deleghiamo ad altri la produzione. Lo stesso mondo industriale continua a indicare Taranto come un sito strategico per la competitività nazionale e per la tenuta delle principali filiere manifatturiere. Senza acciaio primario non esistono soltanto automobili e grandi infrastrutture. Non esistono meccanica pesante, cantieristica, energia, difesa, tubazioni, macchine utensili e una parte rilevante dell’industria di trasformazione italiana. Negli anni Sessanta e Settanta eravamo fieri di ciò che costruivamo. Oggi importiamo slogan come “Make America Great Again”, mentre facciamo di tutto per rendere l’Italia industrialmente più piccola, anzi, inesistente. Forse sarebbe il momento di rendere nuovamente grande l’Italia non con una frase stampata su un cappellino, ma rimettendo in condizione le imprese di produrre, innovare ed esportare. Taranto non chiede impunità. Chiede verità Le imprese tarantine non pretendono che si produca a qualsiasi costo. Non chiedono di nascondere l’amianto, ignorare le emissioni o sacrificare la salute dei cittadini. Chiedono che le decisioni siano assunte su numeri veri. Chiedono che si distingua tra amianto censito e sottoposto a controlli dello stato di conservazione ed eventuali situazioni di rischio accertate. Chiedono che le emissioni siano parametrate sulla produzione reale, secondo i parametri normativamente previsti e non su un tetto autorizzativo triplo rispetto ai livelli attuali. Chiedono un’AIA compatibile con la salute sia dei lavoratori che dei cittadini, controlli continui, investimenti certi e responsabilità precise. Chiedono al Governo di governare, non di limitarsi a prendere atto. Perché chiudere l’area a caldo sulla base di un impianto teorico non significa applicare il principio di precauzione. Significa applicare una condanna a una fabbrica immaginaria e farla scontare a una città reale”.