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Nel nuovo scenario aperto dal decreto della Corte d’Appello di Milano, che impone lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva entro 90 giorni, Confartigianato Taranto chiede che la transizione non si traduca in un ulteriore rallentamento produttivo.

Anzi: secondo l’associazione, proprio questa fase dovrebbe spingere a riattivare immediatamente l’area a freddo, rimasta per larga parte inattiva nonostante non sia coinvolta dalle prescrizioni giudiziarie. Da qui l’appello ai Commissari straordinari: chiarire le ragioni dello stop prolungato e indicare un piano concreto per la ripartenza.
“Confartigianato Taranto ritiene che, nella fase delicatissima apertasi dopo il decreto della Corte d’Appello di Milano, occorra assumere decisioni immediate per salvaguardare produzione, occupazione e filiere produttive. Tra queste, una appare prioritaria: riportare rapidamente in funzione l’area a freddo dello stabilimento.
Il provvedimento della magistratura interviene sulle criticità dell’area a caldo e impone un’accelerazione sugli interventi di bonifica e messa in sicurezza. Proprio per questo diventa ancora più importante valorizzare tutte quelle attività produttive che non risultano direttamente interessate dalle prescrizioni contenute nel decreto.
Eppure, da molto tempo, tubifici e gran parte dei laminatoi continuano a rimanere fermi. Parliamo della parte dello stabilimento che trasforma l’acciaio in prodotti finiti a maggiore valore aggiunto e che, quando era pienamente operativa, sosteneva il lavoro di numerose imprese dell’indotto e degli autotrasportatori, rappresentando uno degli elementi di maggiore competitività del sito industriale. Oggi risulta operativo un solo treno nastri, destinato prevalentemente ad alimentare le produzioni degli stabilimenti del Nord.
Si tratta, inoltre, di lavorazioni diverse da quelle dell’area a caldo, non direttamente interessate dalle principali criticità ambientali e giudiziarie che da anni riguardano le fasi primarie del ciclo siderurgico e caratterizzate da un profilo emissivo differente.
È proprio questo che il territorio fatica a comprendere. Se da anni le principali criticità riguardano l’area a caldo, perché non si è scelto di valorizzare con maggiore decisione l’area a freddo? Quali sono le ragioni industriali che hanno portato questi impianti a rimanere inattivi per così tanto tempo? Esistono davvero impedimenti tecnici o commerciali alla loro riattivazione oppure esistono oggi le condizioni per riportarli progressivamente in funzione? Sono interrogativi ai quali imprese, lavoratori e territorio hanno diritto di ricevere una risposta chiara.
In queste ore il confronto pubblico è giustamente concentrato sul futuro dell’area a caldo, sulle prescrizioni della magistratura e sui possibili investitori. Molto meno si discute delle scelte industriali che possono essere assunte immediatamente per rafforzare la produzione, sostenere l’occupazione e dare continuità alla filiera.
Confartigianato rivolge pertanto un appello ai Commissari straordinari affinché illustrino pubblicamente la strategia industriale dello stabilimento e il ruolo che intendono assegnare all’area a freddo, chiariscano le ragioni della prolungata inattività di tubifici e laminatoi e comunichino se esista un piano concreto per la loro rapida riattivazione.
Una gestione straordinaria ha certamente il compito di preservare un patrimonio industriale di interesse nazionale. Ha però anche il dovere di fare impresa, valorizzando ogni attività produttiva tecnicamente ed economicamente sostenibile.
Se esistono ostacoli oggettivi alla riattivazione di questi impianti è giusto che vengano illustrati con la massima trasparenza. Se, invece, tali ostacoli non sussistono, il territorio si aspetta che venga fatto ogni sforzo per riportare rapidamente in funzione lavorazioni capaci di generare maggiore competitività, sostenere l’occupazione, rafforzare l’indotto e contribuire a mantenere centrale il ruolo industriale di Taranto.
Se necessario, si ricorra anche all’approvvigionamento di bramme sul mercato. È una soluzione industriale consolidata, adottata in numerosi siti siderurgici internazionali, che consentirebbe di mantenere attive produzioni ad alto valore aggiunto e salvaguardare competenze, occupazione e filiera in attesa della piena decarbonizzazione dello stabilimento.
Taranto ha diritto di conoscere la strategia industriale dello stabilimento e di capire perché una parte importante degli impianti continui a rimanere inattiva. E ha diritto di sapere se, nella fase che si apre dopo il decreto della Corte d’Appello, l’area a freddo possa finalmente diventare uno dei pilastri della continuità produttiva dello stabilimento, in attesa della realizzazione del forno elettrico.
Su un punto, però, non è più possibile tacere. Sono trascorsi anni preziosi. Ma la transizione industriale di Taranto non è ancora realmente iniziata. Negli ultimi anni si sono susseguiti annunci, programmi, commissariamenti, piani di decarbonizzazione e si è reso disponibile perfino un Fondo europeo straordinario, il Just Transition Fund, nato proprio per accompagnare Taranto verso un nuovo modello di sviluppo.
La città continua a dipendere dal ciclo tradizionale, il forno elettrico è ancora lontano dall’essere realizzato e una parte importante dell’area a freddo continua a rimanere inutilizzata. È questo il prezzo più alto che Taranto continua a pagare: aver avuto a disposizione tempo, risorse e strumenti straordinari senza che, nel frattempo, si costruisse un’alternativa industriale concreta.
Se il percorso di decarbonizzazione fosse stato avviato con tempestività, quando venne annunciato, oggi lo stabilimento disporrebbe di strumenti completamente diversi per affrontare una crisi largamente prevedibile e il territorio avrebbe prospettive molto più solide. Non è accaduto.
Taranto ha già aspettato abbastanza. Adesso il territorio ha diritto a una strategia industriale chiara, a decisioni concrete e a cantieri che trasformino finalmente gli annunci in realtà.”

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