CRONACHE TARANTINE
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Le segreterie nazionali di Fim, Fiom e Uilm rilanciano una piattaforma unitaria per garantire sicurezza, continuità produttiva e futuro occupazionale del gruppo ex Ilva, chiedendo al governo una strategia chiara e immediata.
Le tre sigle metalmeccaniche ricordano che, fin dall’inizio della vertenza, i lavoratori non hanno mai separato le questioni ambientali da quelle occupazionali, pur subendone le conseguenze come cittadini e come dipendenti. Per questo chiedono alla politica un segnale di coesione su un obiettivo condiviso da anni: rendere l’ex Ilva un impianto ecocompatibile, capace di coniugare tutela della salute, salvaguardia dell’occupazione e un ruolo attivo dello Stato nella transizione industriale.
La decisione della Corte d’Appello di Milano, che impone la chiusura dell’area a caldo entro 90 giorni, viene letta come la conferma che negli ultimi due anni non sono stati affrontati i nodi sollevati da sindacati e lavoratori: diritti costituzionali, sicurezza, contraddizioni gestionali, responsabilità istituzionali. Una crisi che, secondo le organizzazioni, non riguarda solo Taranto ma l’intero sistema siderurgico nazionale.
Fim, Fiom e Uilm ribadiscono che la continuità produttiva non significa mettere in secondo piano salute e ambiente. Serve invece un progetto industriale complessivo per Taranto e per gli altri siti del gruppo, accompagnato da un piano sociale che includa strumenti di tutela, prepensionamenti, esodi incentivati e soluzioni per tutti i dipendenti coinvolti. Centrale, per i sindacati, è il passaggio dal ciclo integrale al ciclo decarbonizzato, senza che la transizione ricada sui lavoratori.
Il bando di gara dovrà rispondere a quattro obiettivi: integrità del gruppo, risanamento ambientale, decarbonizzazione e garanzie occupazionali. Il cambio di ciclo produttivo richiederà gas e DRI, elementi tecnici che non possono essere oggetto di strumentalizzazioni. La continuità produttiva resta indispensabile per mantenere il reddito dei lavoratori e sostenere la sostituzione progressiva degli impianti.
Il piano, secondo le tre sigle, deve prevedere interventi urgenti sulle verticalizzazioni, l’acquisto di semiprodotti per alimentare gli stabilimenti, la realizzazione di quattro forni elettrici (tre a Taranto e uno a Genova), un polo DRI nel capoluogo ionico, investimenti nei nove siti del gruppo e una clausola sociale per garantire la ricollocazione dei lavoratori dell’appalto. Necessarie anche misure straordinarie per i dipendenti di ADI in AS, Ilva in AS e dell’indotto.
La produzione del DRI a Taranto è considerata essenziale sia per ragioni ambientali sia per creare nuova occupazione destinata ai lavoratori oggi impiegati su impianti destinati alla dismissione. Le organizzazioni chiedono di evitare soluzioni che possano generare impatti occupazionali devastanti, ricordando che la tenuta del gruppo dipende dall’interazione tra Taranto e gli altri stabilimenti nazionali.
Il piano dovrà includere fondi pubblici e, se possibile, privati, con un ruolo diretto dello Stato e risorse già a partire dalla Legge di Stabilità 2027. Per gestire la transizione, i sindacati chiedono un ammortizzatore dedicato che garantisca almeno l’80% della retribuzione, percorsi verso la pensione, riconoscimento delle inidoneità e un potenziamento del sistema sanitario territoriale. Da rivedere anche il sistema degli appalti, con contratti conformi ai CCNL e controlli più efficaci.
Alla luce di queste richieste, Fim, Fiom e Uilm proclamano una mobilitazione nazionale permanente.