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“​I tarantini conoscono il dolore. Ogni famiglia ha perso un parente, un amico, una persona cara. Nessuno può ignorare quello che questa città ha vissuto.”

Da questa consapevolezza parte la riflessione di Fabio Greco, presidente di Confapi Industria Taranto, dopo la decisione della Corte d’Appello di Milano del 27 luglio: chiudere l’area a caldo dell’ex Ilva entro novanta giorni e subordinare ogni ripresa produttiva alla bonifica completa degli impianti.
Una scelta che ha riacceso il confronto sul futuro del siderurgico e che ha portato attorno allo stesso tavolo Confindustria, Confapi, Aigi, Confartigianato, Federmanager e decine di imprenditori dell’indotto. Da quella riunione sono arrivati due segnali: la nascita di un Tavolo permanente per Taranto e l’adesione allo sciopero proclamato dai sindacati. Obiettivo comune, evitare una chiusura priva di un percorso industriale e di una prospettiva per il territorio.
Greco pone una domanda che considera decisiva: l’ordinanza fotografa lo stabilimento del 2026 o quello di quattordici anni fa? “​In questi anni sono cambiati impianti, tecnologie, modalità operative e prescrizioni ambientali. Non si può prescindere da questa evoluzione.” Anche il richiamo all’amianto, osserva, riguarda aree confinate: un’applicazione estensiva del provvedimento potrebbe coinvolgere altri siti industriali italiani. E spegnere oggi Afo2 e Afo4 significherebbe interrompere un percorso di transizione ambientale già definito dall’Aia.
Il nodo, per Confapi, è la ricaduta economica: il fermo dell’area a caldo non colpirebbe solo la produzione primaria, ma anche parte dell’area a freddo, con blocco delle commesse, perdita di lavoro per l’indotto e rischio di licenziamenti collettivi. “​La politica deve trovare una soluzione perché il passaggio sia il meno traumatico possibile. Ma soprattutto deve dirci cosa accadrà dopo. Chi finanzierà le bonifiche? Quale progetto industriale prenderà il posto dell’attuale stabilimento? Con quali tempi?”
La transizione, insiste Greco, non può restare una dichiarazione di principio. La proposta è accelerare l’installazione del forno elettrico e dell’impianto Dri nell’area già individuata, così da accompagnare la decarbonizzazione senza interrompere il tessuto produttivo. A questo si aggiunge l’idea di un impianto per acciai speciali destinati alla Difesa: “​Rinunciare a una produzione strategica significherebbe aumentare la dipendenza del Paese proprio quando l’autonomia industriale assume un valore ancora maggiore.”
Il presidente di Confapi richiama poi gli impegni rimasti sospesi: la decarbonizzazione che avrebbe dovuto fare di Taranto un polo europeo avanzato, i finanziamenti per il Dri, le soluzioni per l’approvvigionamento del gas, compresa l’ipotesi della nave gasiera. E chiede chiarezza sul ruolo del commissario per Taranto previsto dagli ultimi provvedimenti governativi.
Infine, lo sguardo torna alle imprese dell’indotto, ancora alle prese con crediti non saldati, con la vicenda Ifis e con le richieste tardive. “​Molti imprenditori hanno sostenuto le proprie aziende con il patrimonio personale. Non possiamo accettare che tutto questo venga cancellato senza sapere quale futuro aspetta Taranto”.
L’appello conclusivo è all’Accordo di Programma: “​Non è un documento statico, ma uno strumento che deve creare lavoro, fiducia e prospettive. È il momento di utilizzarlo per dare alla città e al suo sistema produttivo un futuro chiaro”.

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