CRONACHE TARANTINE
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La crisi dell’ex Ilva torna al centro del dibattito pubblico con la conferenza convocata alla Camera di Commercio dalle principali associazioni datoriali del territorio: Confapi Taranto, Confindustria Taranto, AIGI, Confartigianato Taranto e Federmanager.
Un fronte compatto che, di fronte all’ipotesi di licenziamenti collettivi, chiede al Governo una sospensiva immediata del provvedimento per evitare ricadute economiche e sociali difficili da assorbire.
Il nodo è chiaro: la sentenza che impone lo stop dell’area a caldo apre scenari complessi e pone interrogativi concreti. Come si sospendono le lavorazioni senza compromettere la sicurezza degli impianti, la continuità delle attività residue e la tenuta dell’indotto? Le associazioni avvertono che una chiusura non governata rischia di generare effetti a catena su tutta la filiera, mentre la città si ritrova ancora una volta a fare i conti con un futuro industriale incerto.
La conferenza punta a riportare la discussione su un terreno pragmatico: prima di parlare di licenziamenti, sostengono, serve una decisione politica che metta in sicurezza il perimetro produttivo e definisca tempi, modalità e responsabilità di ogni eventuale fermata. Un passaggio ritenuto indispensabile per evitare che la vertenza precipiti in modo incontrollato.
Poche ore dopo, le stesse associazioni diffondono una nota congiunta per ribadire la gravità del momento. La decisione della Corte d’Appello di Milano di chiudere l’area a caldo entro 90 giorni, spiegano, non è solo un atto giudiziario: è l’innesco di una crisi che rischia di travolgere stabilimento, filiere e occupazione. Limitarsi a prendere atto del provvedimento senza una strategia nazionale significherebbe accettare una desertificazione industriale e commerciale del territorio. Dopo anni di decreti tampone, sostengono, è indispensabile programmare una transizione reale, con tempi certi e investimenti adeguati per completare impianti che in 14 anni non sono mai stati portati a compimento.
Il decreto richiesto dovrebbe garantire continuità produttiva, definire un quadro organizzativo chiaro e assicurare che la tutela della salute sia pienamente compatibile con l’attività industriale. Le associazioni ricordano che la chiusura dell’area a caldo comprometterebbe la natura integrata dello stabilimento, portando allo stop degli impianti a freddo e a effetti devastanti su occupazione, indotto e capacità nazionale di produrre acciaio primario. Spegnere gli impianti, aggiungono, non eliminerebbe i problemi: li amplificherebbe, generando costi enormi di messa in sicurezza e bonifica che ricadrebbero sulla collettività.
Contemporaneamente, davanti alla Camera di Commercio, si è radunato un gruppo di operai, molti dei quali hanno poi seguito la conferenza. A un primo sguardo poteva sembrare una protesta, invece è stato un momento di confronto reale, quasi necessario. Nelle loro espressioni si leggeva la parte più concreta della vertenza: la paura di perdere il lavoro, l’incertezza di chi non sa cosa accadrà domani. Un silenzio teso, fatto di domande sospese, che ha finito per raccontare più di qualsiasi dichiarazione ufficiale.
Le associazioni concludono assicurando che non abbandoneranno Taranto e che continueranno a chiedere con forza un futuro industriale credibile per la città e per il Paese. Taranto, ancora una volta, si ritrova qui: in bilico tra decisioni che tardano e una comunità che chiede soltanto di non essere lasciata indietro.