CRONACHE TARANTINE
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Il vertice al Mimit ha fissato un punto non più eludibile: dopo la sentenza della Corte d’Appello di Milano, la fermata dell’area a caldo dell’ex Ilva dovrà essere attuata.
Dentro questo quadro rigido, però, si apre un varco inatteso. L’industria siderurgica italiana – da Marcegaglia a Danieli, da Pittini a Beltrame – ha manifestato la disponibilità a esaminare il dossier e a valutare una cordata nazionale, affiancando o contendendo l’offerta di Jindal. Un segnale che finora era mancato e che ieri ha trovato ampia eco sui media nazionali, confermando la portata del passaggio.
Gli acciaieri, pur senza proposte formali, hanno espresso un interesse concreto: mantenere attiva l’area a freddo importando bramme dall’estero, con costi ritenuti sostenibili e un impatto Cbam più contenuto rispetto ai semilavorati. Una soluzione ponte che consentirebbe di preservare produzione, filiere e occupazione mentre si ridisegna il perimetro industriale del sito.
Federacciai e Confindustria parlano di un impegno a “studiare il dossier”, chiarendo che serviranno verifiche giuridiche e una nuova Aia, poiché l’attuale è costruita su un impianto che la magistratura ha imposto di fermare. Intanto Jindal ha aggiornato la propria proposta: prendere insieme area a caldo e area a freddo, pur con l’obbligo di spegnere la prima, e valutare successivamente gli interventi.
Per il ministro Urso, di cui raccontiamo a parte, il segnale arrivato dagli industriali è “particolarmente significativo”: potrebbe nascere una proposta italiana per salvaguardare e rilanciare la siderurgia a Taranto. In un quadro complesso, emerge almeno una certezza: l’ex Ilva non è un capitolo chiuso, ma un cantiere aperto in cui si prova a tenere insieme ambiente, industria e lavoro. E il 15 ottobre, data limite dei 90 giorni, è ormai alle porte.