CRONACHE TARANTINE
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Mimmo Cavallo è uno di quegli artisti che non hanno mai smesso di raccontare ciò che spesso resta ai margini.
Nato a Lizzano nel 1951, cresciuto tra le migrazioni familiari verso Torino e Roma, ha portato nella musica la voce del Sud: ironica, ferita, orgogliosa.
Con Siamo Meridionali (1980) diventa il volto di un folk-rock che parla di radici e dignità, e negli anni scrive per interpreti come Mia Martini, Loredana Bertè, Fiorella Mannoia, Ornella Vanoni, Zucchero, Gianni Morandi.
Cantastorie contemporaneo, Cavallo ha attraversato decenni di musica mantenendo intatta la sua poetica: letteratura, dialetto, denuncia sociale, memoria. Oggi torna con un nuovo lavoro, U Signuri u na manda bona, un album che nasce da tre anni di scrittura e che riporta al centro ciò che per lui conta davvero: la gente, le attese, le ferite che non si chiudono.
Ecco la nostra intervista:
Tre anni di scrittura e di riflessioni: che cosa ha generato questo nuovo capitolo musicale?
«Il senso dell’album, se può averne uno, è quello dell’attesa. Sono influenzato dal “Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati e da “Aspettando Godot” di Samuel Beckett, per fare due titoli fra i tanti. Sono tutti brani che sottintendono un’attesa. Siamo sempre in avanzato stato di composizione, presi da problemi sociali e affini. E questo è il risultato».
La copertina è ricca di simboli familiari e apotropaici. Che significato hanno per te?
«Ci tengo a dire che il retro della copertina è di mia figlia Lisa, che è una bravissima pittrice. Si diletta e mi ha aiutato. Poi c’è il ferro di cavallo con la frase “u na manda bona”. Sono due segni apotropaici. E di questi tempi ne sentiamo davvero l’esigenza.
Il logo è calabrese, di un ragazzo di Soverato, terra di mia moglie Gina. Abbiamo unito le forze».
Il dialetto è una costante della tua poetica. Perché resta così centrale?
«Assolutamente sì. Qualcuno, mi pare Ennio Flaiano, ha detto che quando parliamo in italiano sembriamo imitare noi stessi. Ed è vero, perché il dialetto è la lingua dell’anima. Noi ci esprimiamo in dialetto, pensiamo in dialetto, poi facciamo la fatica di tradurre le nostre emozioni in italiano.
Per me scrivere in dialetto non è nostalgia, non è antichismo. È una lingua viva. Paesi e città dove parlano ancora dialetto li amo, Taranto è una di queste città. Perché qui c’è ancora la verità della gente».
Tra le verità che racconti c’è anche l’emigrazione, una ferita che attraversa la tua storia personale.
«Sì, perché è una ferita che non si è mai chiusa. Ricordo mio padre che negli anni ’60 andava a Torino a lavorare. E lo chiamavano “terrone”.
Ogni popolo che fa un passo avanti, anche nel nostro Paese, l’Italia, sputa su chi sta sotto, su chi è indietro. È sempre stato così. Ieri erano i meridionali al Nord, oggi sono quelli che attraversano il mare. Cambiano i nomi, cambiano le città, ma il meccanismo è lo stesso».
La discriminazione sembra ripetersi in ogni epoca. È un ciclo che non si spezza?
«Ciclico e drammaticamente attuale. Il problema delle persone che si spostano, che scappano dalla fame o dalla guerra, è sempre esistito e sempre esisterà. È la storia dell’umanità. Oggi parliamo di Ceuta, di Lampedusa. Ieri parlavamo di Milano, Torino. Ma la sostanza non cambia: chi arriva viene visto come un problema, non come una persona. Ecco perché serve la musica. Serve a raccontare. Altrimenti queste storie le dimentichiamo in due giorni».
Il palco come luogo dove la canzone diventa testimonianza collettiva. È lì che la musica compie il suo ruolo sociale?
«Sì. Il live soprattutto. È più “ecologico” del disco ed è il contatto diretto con la gente. È lì che la canzone diventa di tutti. È lì che le storie di chi è stato discriminato arrivano davvero. Se non cantiamo noi queste cose, chi le canta? Noi autori abbiamo questa responsabilità».
Nel disco c’è un omaggio a Mia Martini. Che cosa rappresentava per te?
«Mimì aveva tanto atteso il momento della sua rinascita e proprio quando la stella era tornata a splendere, il destino ha deciso di togliercela. La consideravo il mio alter ego femminile. Anche lei ha pagato il prezzo di chi va controcorrente, di chi non si omologa. Per me era fondamentale ricordarla».
La letteratura è una radice forte della tua scrittura. Lorca, Machado: perché tornano spesso nei tuoi brani?
«García Lorca, “A las cinco de la tarde”, il mio primo brano estratto da “U Signuri u na manda bona”, è uno dei poeti che mi piace leggere, insieme ad Antonio Machado. La sua “Camminante”, un brano in cui specifica che “gli uomini sono scie sopra il mare”, sarà una delle mie prossime canzoni.
Sono le influenze che ogni cantautore si porta dietro. Perché le canzoni senza radici letterarie e senza radici sociali restano vuote. Devono parlare della gente”.