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Taranto non può più limitarsi ad assistere alle decisioni sul proprio futuro industriale: la città rivendica il diritto di entrare nella stanza dove si decide la sorte dell’ex Ilva e di partecipare alla governance dei nuovi asset.

Questo dice Confartigianato:

 

“La cordata italiana interessata a parte degli asset dell’ex Ilva apre uno scenario che Taranto non può limitarsi a osservare. La domanda è una sola: il territorio continuerà ad assistere alle scelte compiute da altri o entrerà finalmente nella stanza dove si decide il proprio futuro?
Se la separazione degli asset dovesse diventare inevitabile, è il momento di verificare la possibilità di una qualificata partecipazione del sistema imprenditoriale tarantino nella società chiamata a gestire gli impianti a freddo. Può apparire un’ipotesi ambiziosa, ma proprio per questo merita uno studio indipendente, rigoroso e trasparente, da affidare, ad esempio, alla Camera di Commercio con il supporto di qualificati esperti.
L’analisi dovrà verificarne la fattibilità industriale, economica e giuridica valutando anche la costituzione di un soggetto societario espressione del sistema imprenditoriale locale, definendone composizione, sostenibilità e modalità di partecipazione. Sarebbe il primo vero tentativo, dopo sessant’anni, di trasformare Taranto da territorio che subisce le scelte altrui a territorio che contribuisce a determinarle, facendo sì che una parte del valore prodotto, delle opportunità di lavoro e delle ricadute economiche resti stabilmente sul territorio.
Dopo quanto il territorio ha pagato alla vicenda ex Ilva, è legittimo chiedere che partecipi anche alle scelte. Non chiediamo privilegi né una presenza simbolica. Pretendiamo che Taranto abbia finalmente voce nelle decisioni che ne determineranno il futuro industriale, occupazionale e ambientale. La presenza del sistema imprenditoriale locale risponderebbe non a una logica di rappresentanza, ma di responsabilità: rafforzerebbe la governance e il radicamento industriale del progetto. Non è una concessione, ma un diritto della comunità tarantina.
Taranto ha conosciuto industria pubblica, privata e gestioni commissariali: produzione, occupazione e ricchezza, ma anche gravissime conseguenze ambientali, sanitarie, economiche e sociali. Dopo sessant’anni di decisioni assunte altrove e conseguenze rimaste qui, una cosa deve cambiare: mai più Taranto colonia industriale ed economica. Mai più spettatrice a casa propria.
Sull’area a caldo non intendiamo semplificare una vicenda in cui salute, ambiente, lavoro e industria si intrecciano con profonde sofferenze umane. Esistono sensibilità diverse, tutte meritevoli di rispetto. Il nostro giudizio riguarda invece il piano politico e istituzionale. Ed è qui che le responsabilità sono enormi.
La prima responsabilità è della politica nazionale. In quattordici anni si sono succeduti Governi, commissariamenti, decreti, piani industriali e promesse di transizione. Sono cambiati ministri, proprietà e strategie. Il risultato no: Taranto affronta il momento più difficile senza una soluzione industriale definitiva e senza un’alternativa economica e occupazionale pronta. Quando uno Stato dispone di quattordici anni, risorse straordinarie e tutti gli strumenti necessari per preparare un territorio a una crisi annunciata e fallisce, non siamo più davanti a ritardi, ma al fallimento della politica industriale nazionale.
Un fallimento che attraversa Governi e stagioni politiche diverse e che nessuno può scaricare su chi è venuto prima. Le responsabilità non finiscono a Roma. Anche il territorio deve fare autocritica. Per troppo tempo la politica locale si è divisa, ha rincorso le emergenze e atteso decisioni dall’alto, senza costruire una strategia economica condivisa. Abbiamo parlato per anni di transizione, riconversione e diversificazione, ma il “dopo Ilva” è rimasto soprattutto uno slogan.
È legittimo chiedersi quale concreta diversificazione economica abbiano prodotto le ingenti risorse destinate a Taranto e perché parte della formazione resti scollegata dalle nuove filiere produttive. Prima si costruiscono imprese e lavoro, poi le competenze.
Le responsabilità attraversano Stato, istituzioni, gestioni pubbliche e private, commissari, politica, sistema economico e rappresentanze territoriali. È un fallimento collettivo del quale nessuno può dichiararsi estraneo, Confartigianato compresa. Quattordici anni dopo, nessuno può dire di non aver avuto il tempo necessario per preparare Taranto a ogni possibile evoluzione di questa vicenda.
Oggi non rischia di entrare in crisi soltanto la siderurgia. Rischia di entrare in crisi l’equilibrio economico e sociale dell’intero territorio. Con essa rischiano indotto, lavoratori, famiglie e intere comunità. Il conto rischia di restare qui: posti di lavoro perduti, imprese costrette a chiudere, tensione sociale, impianti da riconvertire, bonifiche da completare e un’economia da ricostruire. Sarebbe l’ultima, insopportabile beffa: dopo aver pagato per decenni il prezzo della grande industria, pagare quasi da soli anche quello della sua crisi.
Per questo Taranto deve parlare con una sola voce. Ambiente, salute, lavoro, bonifiche, investimenti, riconversione e futuro industriale non possono più essere terreno di divisione permanente. Chiediamo al Sindaco, alla Provincia, alla Regione, ai parlamentari e ai consiglieri regionali del territorio di costruire una vertenza unitaria nei confronti del Governo e di qualunque futuro investitore, ponendo alcune condizioni irrinunciabili: tutela dell’occupazione, dell’indotto e del tessuto economico, certezza delle bonifiche, nuovi investimenti, partecipazione del territorio al capitale e una qualificata rappresentanza nella governance della futura società.
Tra pochi giorni Taranto ospiterà i Giochi del Mediterraneo. Sarà l’occasione per mostrare al mondo il volto migliore della città. È però impossibile non avvertire l’amarezza di una comunità che, proprio mentre si prepara ad accogliere atleti e delegazioni da tutto il Mediterraneo, affronta il passaggio più delicato della sua storia industriale recente. Non possiamo permetterci che quei giorni diventino una parentesi. Mentre accogliamo atleti e visitatori, pretendiamo risposte sul futuro economico della città dal giorno successivo alla chiusura dei Giochi.
La cordata italiana merita attenzione. È adesso che il territorio può provare a essere parte della soluzione industriale e non soltanto delle conseguenze delle decisioni assunte da altri. Il passato non possiamo cambiarlo. Possiamo però decidere di non ripeterne gli errori. Taranto può ancora farcela, ma soltanto se smetterà di aspettare che altri decidano il suo futuro e pretenderà di costruirlo con le proprie idee, le proprie imprese e le proprie istituzioni.
Qualunque sarà il destino dell’ex Ilva, una cosa non può più restare uguale: Taranto non può più essere spettatrice del proprio destino. Deve diventarne protagonista”.

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