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Con l’avvicinarsi dello stop dell’area a caldo, il sistema delle imprese dell’indotto ex Ilva torna a chiedere risposte urgenti.

La preoccupazione non riguarda solo l’occupazione, ma anche la tenuta sociale ed economica di un territorio che rivendica il diritto alla salute e a un futuro industriale sostenibile.

Le procedure di licenziamento collettivo restano sul tavolo, anche se non risultano nuove comunicazioni ai sindacati. La situazione più pesante riguarda Semat Engineering, che ha chiesto il rinnovo della cassa integrazione per oltre 200 lavoratori dopo il fermo delle cokerie. Altre due aziende, per circa sessanta addetti, incontreranno oggi le organizzazioni sindacali. Per la Uilm, gli annunci delle imprese sembrano una pressione per ottenere misure straordinarie dal Governo, mentre l’unico percorso istituzionale in corso è il ricorso di AdI in Cassazione. L’indotto teme che la chiusura dell’area a caldo entro ottobre possa generare un effetto domino su attività e redditi familiari. Aigi parla di una città distratta dai Giochi del Mediterraneo e richiama l’immagine del Titanic per descrivere la crisi del siderurgico, chiedendo un piano industriale credibile e tutele reali. Confartigianato avverte che la vetrina internazionale non deve oscurare la fase più delicata della storia industriale recente e propone di valutare una partecipazione diretta degli imprenditori tarantini nella gestione degli impianti a freddo. L’obiettivo è evitare che il territorio continui a subire decisioni altrui e garantire lavoro, sicurezza e salute alle famiglie.

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