CRONACHE TARANTINE
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A Taranto c’è un padre che ha lottato contro il mondo intero per salvare suo figlio. E continua a farlo ancora oggi, perché quando la vita strappa un ragazzo così giovane, la battaglia non finisce mai.
Quel figlio si chiamava Francesco Di Molfetta, tifoso del Taranto, morto nel 2012. Uno dei tanti ragazzi che questa città ha visto spegnersi troppo presto, vittime di una malattia che qui non perdona e che continua a lasciare cicatrici profonde nelle famiglie e nella comunità.
Nel 2020, dopo un contest pubblico, il Campo B dello Stadio Erasmo Iacovone è stato intitolato a lui: Campo Francesco Di Molfetta. Un gesto che voleva trasformare un luogo anonimo in un simbolo di memoria.
Nel 2021, con una cerimonia ufficiale, furono apposte le targhe: una dedicata a Marino Abbracciavento, storica voce delle telecronache rossoblù; l’altra a Francesco, il ragazzo che viveva per il Taranto e che il Taranto aveva scelto di ricordare.
Eppure, sei anni dopo, quel nome continua a essere ignorato.
Sulla stampa locale, nei comunicati, nelle conversazioni quotidiane, si parla ancora di “Campo B”. Come se nulla fosse cambiato. Come se quella targa non esistesse. Come se la storia di Francesco non meritasse di essere pronunciata.
La famiglia lo vive come una ferita.
Non per orgoglio, ma per giustizia. Perché dietro quel nome c’è una vita spezzata, una battaglia che ha consumato un padre, una madre, una comunità. E c’è un dolore che non si può archiviare con una sigla.
Taranto conosce bene queste storie.
Conosce i ragazzi che non ce l’hanno fatta.
Conosce le famiglie che hanno combattuto contro diagnosi feroci, contro ospedali pieni, contro silenzi che fanno più male della malattia.
Conosce la paura che in questa città è diventata fin troppo familiare.
E proprio ora, mentre lo Iacovone si prepara a diventare palcoscenico internazionale per i Giochi del Mediterraneo, è inaccettabile che un luogo dedicato alla memoria di un giovane tarantino venga ancora chiamato con un nome anonimo.
La città non può permettersi di dimenticare i suoi figli.
Non può permettersi di cancellare le loro storie.
Non può permettersi di ridurre una vita a una lettera dell’alfabeto.
Il Campo Francesco Di Molfetta non è un dettaglio.
È un simbolo.
È un monito.
È il ricordo di un ragazzo che amava il Taranto e che il Taranto ha scelto di onorare.
E merita di essere chiamato con il suo nome. Sempre.
Perché la memoria è un dovere.
E Taranto, oggi più che mai, deve dimostrare di saperlo.
Ci piacerebbe che, come ha fatto Punti di Vista Press, tutte le testate tarantine ricordassero Francesco. Sarebbe un gesto semplice, ma capace di portare un po’ di serenità a un padre che quella ferita, forse, non l’ha mai davvero chiusa.