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La gente vuole capire. E noi proviamo ad aiutarla a comprendere meglio.

La manifestazione di interesse presentata da Federacciai, della quale nella serata di ieri 18 agosto vi abbiamo prontamente informati, non significa che l’ex Ilva sia destinata alla chiusura. Significa però che si apre uno scenario nuovo, potenzialmente dirompente, che può cambiare in profondità il futuro industriale di Taranto.

Che cosa comporta davvero la mossa di Federacciai

La manifestazione di interesse depositata da Federacciai e da 14 imprese siderurgiche italiane è un segnale politico e industriale di peso: il sistema dell’acciaio nazionale vuole entrare nella partita e valutare quali asset dell’ex Ilva possono essere rilevati e gestiti.
Non è un’offerta vincolante, non è un piano industriale, non è un impegno definitivo.
È, semplicemente, un “siamo pronti a vedere cosa c’è sul tavolo”.
Questa disponibilità arriva dopo il confronto del 5 agosto al Mimit con il ministro Urso e dopo la riunione del consiglio di Federacciai del 10 agosto, che aveva aperto alla possibilità di una cordata italiana. Il Governo aveva definito “significativa” la disponibilità degli acciaieri, considerandola un’opzione concreta per affiancare o integrare la proposta del gruppo indiano Jindal.


Il punto chiave: cosa vogliono davvero comprare. Qui si gioca tutto.

Le imprese italiane non vogliono l’area a caldo: altiforni, acciaierie, colata continua.
Antonio Gozzi lo ha detto senza ambiguità:
«L’interesse riguarda tutto ciò che viene a valle delle bramme».

In pratica:

• laminatoi a caldo,
• laminatoi a freddo,
• impianti di finitura,
• gli stabilimenti del Nord (Genova, Novi Ligure, Racconigi),
• parte degli impianti di Taranto che lavorano il semilavorato.

Non gli altiforni.
Non la produzione primaria dell’acciaio.

E allora l’area a caldo di Taranto?

L’area a caldo è già destinata allo stop per effetto del decreto della Corte d’Appello di Milano, che impone la fermata entro 90 giorni per ragioni ambientali (amianto e polveri sottili). Ilva in amministrazione straordinaria ha presentato ricorso alla Cassazione e chiesto una sospensiva per evitare il fermo a fine ottobre.
Ma se la cordata italiana non è interessata all’area a caldo, e se nessun altro soggetto si fa avanti per gestirla, il rischio è evidente: l’area a caldo potrebbe chiudere definitivamente.

E senza area a caldo:

• Taranto non produrrà più bramme,
• la centrale elettrica del siderurgico perderebbe i gas che la alimentano,
• l’area a freddo dovrebbe acquistare energia dalla rete, con costi elevatissimi,
• il sito diventerebbe un grande centro di trasformazione di semilavorati importati dall’estero.
Non una fabbrica integrata.
Non un polo siderurgico completo.
Un’altra cosa.

L’ex Ilva chiude?

La risposta più corretta è articolata:

• potrebbe chiudere l’area a caldo,
• potrebbe restare attiva l’area a freddo,
• potrebbe cambiare radicalmente la natura dello stabilimento.

Non siamo davanti a una chiusura totale, ma a una trasformazione profonda, che dipende da:

• decisioni del Governo,
• esito del ricorso in Cassazione,
• eventuali altri soggetti interessati (Jindal, ad esempio, vuole anche l’area a caldo),
• sostenibilità economica del sito senza produzione primaria.


La vera domanda politica e industriale.

Il Governo deve chiarire che cosa mette in vendita e che cosa vuole salvare.
Perché una cordata italiana che rileva solo la parte “a valle delle bramme” significa una cosa molto precisa:
Taranto non sarebbe più il cuore della siderurgia italiana, ma un grande centro di trasformazione.
Federacciai non esclude, in prospettiva, la possibilità di installare un forno elettrico per ridurre la dipendenza dalle bramme estere. Ma questo è un discorso futuro. Oggi la manifestazione di interesse riguarda solo l’area a freddo.
Il bivio. La partita è aperta.
E Taranto è davanti a un bivio decisivo: restare un sito integrato oppure diventare un polo di trasformazione.
La scelta non è tecnica: è politica, industriale, strategica.
E il tempo per decidere si sta rapidamente accorciando.

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